Uno studio dell'Ires Cgil
I numeri della Finanziaria 2002
di Agostino Megale e Antonio Ruda
Presidente Ires Cgil e ricercatore Ires Cgil

Alla base della manovra di bilancio per il 2002 (legge finanziaria) che il governo si appresta a varare vi è un'ipotesi di crescita del Pil del 2,3% per il 2002 rispetto alle previsioni inferiori fornite dagli organismi economici internazionali e dagli istituti di analisi economica. Per l'Italia il Fondo monetario internazionale ha indicato alla fine di settembre 2001 una crescita del 2% per il 2002 avvertendo però che l'economia rallenta in misura maggiore del previsto per cui anche il raggiungimento di quel tasso di crescita è messo in dubbio. Istituti di previsione italiani hanno fornito stime ancora più pessimistiche con previsioni di crescita del Pil dell'1,8%. La minore crescita rispetto alle ipotesi governative comporterebbe l'esigenza di recuperare già nel corso del 2002 risorse comprese fra i 7 mila e gli 11mila miliardi di lire. Si noti, inoltre, che nel Dpef varato a luglio dal governo di centro destra le stime di crescita del Pil per il 2002 erano del 3,1% (da parte sua, il programma della Casa delle libertà prevedeva di far crescere il reddito del 4%).

In mancanza del raggiungimento delle previsioni di crescita sarebbe compromesso il raggiungimento di un rapporto deficit/Pil dello 0,5% che costituisce l'indicatore decisivo per rispettare il Patto di stabilità finanziaria sottoscritto a Bruxelles. Esiste quindi il rischio concreto di dover realizzare una manovra aggiuntiva a primavera compresa fra i 7mila e gli 11mila miliardi di lire, a patto che le altre previsione di entrata siano rispettate.

Nessun intervento anticongiunturale 
A fronte del rallentamento del ciclo mancano, nel disegno di legge finanziaria, consistenti interventi anti congiunturali. L'incremento degli investimenti pubblici sul Pil è limitato allo 0,1% del Pil medesimo, passando dal 3,8 al 3,9% del Prodotto interno lordo. Contrariamente a quanto affermato dal governo i 15mila miliardi di lire indicati come il nuovo livello di spesa pubblica per infrastrutture rappresentano soltanto un limite di spesa per il prossimo triennio e non reali impegni di finanziamento. Non solo per ciò che riguarda gli investimenti, ma anche sul lato dei consumi manca un adeguato sostegno della domanda: mancano infatti le risorse per i contratti pubblici e non vengono riviste le aliquote Irpef come prospettato nell'ultimo Dpef e come previsto dalla scorsa legge finanziaria. Le risorse stanziate per i contratti pubblici risultano, infatti, pari a circa 6mila miliardi di lire, cifra assolutamente insufficiente per il rinnovo dei contratti per il biennio 2002-2003, per il recupero del potere d'acquisto e della differenza fra inflazione programmata e inflazione effettiva del biennio precedente, nonché della quota di produttività utile per la contrattazione decentrata-integrativa, nel quadro dell'accordo del 23 luglio del 1993.

È importante ricordare che le risorse stanziate riguardano soltanto l'amministrazione dello Stato (ministeri, aziende, scuola) mentre sono escluse il settore della sanità e degli enti pubblici non economici. Un altro aspetto da tenere presente concerne il tasso d'inflazione preso a riferimento per la crescita delle retribuzioni per il prossimo anno pari all'1,7% rispetto alle previsioni dell'1,9% per il 2002 (stima Isae).

Entrate aleatorie 
Per ciò che riguarda le entrate occorre dire che per circa il 50% queste sono costituite dai proventi che dovrebbero derivare da una complicata operazione di cartolarizzazione degli immobili pubblici, ossia dalla trasformazione del flusso di redditi e delle vendite immobiliari in risorse disponibili immediatamente e derivanti dalla sottoscrizione di obbligazioni. Si tenga presente che i 15mila miliardi di entrate previsti dalla cartolarizzazione devono essere realizzati, per raggiungere gli obiettivi di stabilizzazione del bilancio, entro il 31 dicembre 2002. Tutto ciò comporta il forte rischio che l'operazione si trasformi in una svendita del patrimonio pubblico.

Le spine del fisco 
Con la Finanziaria 2002 viene ipotizzata una riduzione della pressione fiscale dello 0,3%, passando dal 42,2 al 41,9% del Pil, e corrispondente a circa 7mila miliardi di lire. Questa cifra rappresenta un terzo della riduzione fiscale prevista dal Dpef 2002-2006 con il quale veniva programmata la riduzione fiscale di un punto l'anno a partire dal 2002. È bene ricordare a questo proposito che quanto promesso dal programma elettorale della Casa delle libertà in tema di imposte sui redditi, ossia l'esenzione dall'Irpef dei redditi sino a 22 milioni di lire e la sostituzione delle attuali aliquote con due sole aliquote del 22 e del 33% avrebbe comportato una riduzione del gettito compresa fra 44mila e 60mila miliardi di lire che in termini di Pil rappresenta una quota compresa fra l'1,8 e il 2,5% del Prodotto lordo. 

Da un prima simulazione risulta, inoltre, che in mancanza di interventi sul lato delle detrazioni l'accorpamento delle aliquote porterebbe a un aumento della pressione fiscale per le classi reddito comprese fra i 22 e i 50 milioni di lire. È presumibile che l'intervento sull'Irpef verrà attuato con lo strumento della delega ma è altamente improbabile che la riforma sia operativa a partire dal prossimo anno in quanto, sulla base dei dati della manovra forniti dallo stesso governo, manca la copertura finanziaria per il 2002. Più in generale, il rischio di avviare riforme senza copertura è reso concreto dal fatto che il raggiungimento degli obiettivi del patto di stabilità è affidato alla ripresa della crescita, obiettivo contraddetto dalla mancanza di misure anticicliche della stessa Finanziaria.

La manovra porta a 1 milione di lire la detrazione per i familiari a carico per i redditi inferiori a 70 milioni di lire annui. Questa voce comporta una spesa di 3.100 miliardi di lire per il 2002. Non si tratta di risorse completamente aggiuntive rispetto al bilancio 2001 in quanto a circa 2mila-2.500 miliardi di lire ammonta anche la mancata riduzione delle imposte dovuta all'annullamento della diminuzione delle aliquote Irpef predisposta dalla precedente Finanziaria. Per i redditi inferiori ai 70 milioni verrebbe annullata la detrazione ulteriore di 240mila lire per i figli con meno di tre anni. Ciò equivale a un mancato beneficio fiscale stimabile in circa 660 miliardi di lire. Tenendo conto della mancata riduzione delle aliquote Irpef l'effetto netto dell'aumento delle detrazioni si riduce a soli 436 miliardi di lire se non viene ad annullarsi del tutto. Il Dpef prevedeva, inoltre, l'azzeramento dell'Irap, sostituendola con una compartecipazione all'Irpeg la cui aliquota, a sua volta, dovrebbe essere portata dal 36% al 33% . Non risulta chiaro in che modo l'intervento sull'Irap si rifletta sulla ridistribuzione del carico fiscale e sulle risorse poste a copertura della spesa sanitaria visto il forte squilibrio regionale del gettito Irpeg.

Con l'eccezione dell'aumento delle detrazioni per i familiari a carico tutti gli interventi di natura fiscale ed economica saranno attuati, nelle intenzioni del governo, per mezzo di leggi delega. Questo metodo era stato già annunciato nel luglio scorso in coda al Dpef 2002-2006 (capitolo V, La sessione di bilancio). Nel documento si affermava che è intenzione del governo autolimitare il contenuto della Finanziaria a: 1) il valore dei saldi; 2) l'eventuale regolazione delle aliquote fiscali, 3) le tabelle, "lasciando ai provvedimenti collegati la definizione, non esclusivamente ordinamentale, delle altre materie oggetto d'intervento (…)". I provvedimenti collegati costituiranno, pertanto, la vera struttura portante delle politiche del governo nei vari settori.

Siamo quindi di fronte a una finanziaria "leggera" accompagnata dalla proposta di deleghe. Così com'è stata presentata, questa impostazione rappresenta un passo indietro rispetto al metodo della concertazione nella definizione dei provvedimenti di politica economica e rende meno trasparente il percorso delineato con la stessa Finanziaria. Il governo, si afferma nel Dpef, considera provvedimenti collegati quelli riferiti a un gran numero di settori quali: o fisco; o devoluzione di poteri dallo Stato alle Regioni in materia di sanità, istruzione, sicurezza; o previdenza, soprattutto costruendo il secondo pilastro della previdenza integrativa; o istruzione e ricerca; o infrastrutture e trasporti; o pubblica amministrazione e sua informatizzazione, o gestione del patrimonio pubblico; o sviluppo del Mezzogiorno e delle aree depresse; o liberalizzazione dei mercati e dei servizi pubblici; o tutela dell'ambiente. In questa situazione la Finanziaria rappresenta un mero documento contabile utile soltanto a definire i parametri finanziari per il rispetto del patto di stabilità.

L'aumento delle pensioni più basse 
L'intervento sulle pensioni inferiori a un milione di lire al mese riguarda 2 milioni di pensionati su un totale di 7,5 milioni che sono al di sotto di questa soglia. La cifra stanziata è di 4.200 miliardi di lire per ciascun anno nel periodo 2003-2004 pari in media a circa 161mila lire per tredici mensilità. Il dato medio è solo indicativo e non deve far dimenticare che, al disotto della soglia di un milione mensile, vi sono situazioni molto differenziate non solo per i livelli di reddito, ma anche per ciò che riguarda la natura delle prestazioni essendovi rendite derivanti da contribuzione e altre di natura prettamente assistenziale. Si rischia quindi di scatenare una corsa alla richiesta di aumenti da parte di coloro che, a fronte del versamento di contributi, ritengono di non dover essere assimilati agli interventi assistenziali.

(Rassegna sindacale, n. 38, ottobre 2001)