Il pamphlet razzista di Oriana Fallaci pubblicato sul Corriere
della Sera il 29 settembre ("La rabbia e l'orgoglio") è uno scritto di
straordinaria importanza. E ciò per varie ragioni. Innanzitutto esso ci dice in maniera
chiara, più di qualsiasi altro documento o articolo sino ad ora pubblicato, più di
qualsiasi teorizzazione, delle caratteristiche profonde della crociata in atto. Depurato
da preoccupazioni tattiche, da opportunismi politici, il razzismo occidentale e la sua
volontà di potenza appaiono qui in maniera manifesta, diremmo allo stato puro. Si dirà
che cose simili chi ha stomaco può leggersele anche sulla Padania o in qualche
opuscolo di estrema destra. Ma qui la differenza è cruciale. A questo documento il Corriere
ha dedicato quattro pagine, iniziativa che crediamo non sia stata presa da anni nei
confronti di nessuno. Inoltre il quotidiano ha sostenuto il delirio della Fallaci con una
serie di interventi (i soddisfatti editoriali di Panebianco e Romano), un forum di
discussione, ecc. dando al tutto un chiaro segno di "operazione politica".
Estremamente significativo inoltre che il documento abbia goduto di una consistente
simpatia di massa, con lettori e lettrici che asserivano di essersi visti
"finalmente" rappresentati, perché ciò che pensavano ma non osavano dire ora
se lo ritrovavano lì davanti agli occhi; Non sono mancati consigli per fare dello scritto
un testo di studio scolastico. Analizzeremo dunque lo scritto della Fallaci con molta
attenzione, perché vi sono inclusi tutti i principali punti dell'odierna crociata
antislamica.
Occidente, grande patria
Fallaci dedica parte consistente dello scritto ad una estasiata
ammirazione nei confronti degli USA, chiamati ovviamente "America" (volutamente
immaginiamo, giacché pensiamo che la Fallaci sappia che l'America è un continente e
comprende una trentina di Paesi, gran parte dei quali non parlano inglese).
"Preferisco parlare
dell'invulnerabilità che tanti, in Europa, attribuivano all'America. Invulnerabilità? Ma
come invulnerabilità?!? Più una società è democratica e aperta, più è esposta al
terrorismo. Più un paese è libero, non governato da un regime poliziesco, più subisce o
rischia i dirottamenti o i massacri. [...] Ma la vulnerabilità dell'America nasce proprio
dalla sua forza, dalla sua ricchezza, dalla sua potenza, dalla sua modernità. [...]
Quando ci siamo incontrati t'ho visto quasi stupefatto dall'eroica efficienza e
dall'ammirevole unità con cui gli americani hanno affrontato quest'Apocalisse. [...] Il
fatto è che l'America è un paese speciale, caro mio. Un paese da invidiare, di cui esser
gelosi, per cose che non hanno nulla a che fare con la ricchezza eccetera. Lo è perché
è nato da un bisogno dell'anima, il bisogno d'avere una patria, e dall'idea più sublime
che l'Uomo abbia mai concepito: l'idea della Libertà, anzi della libertà sposata
all'idea di uguaglianza."
Le lodi sperticate nei confronti degli USA sono un leit motiv della
crociata in corso. Il filoamericanismo (condito da virulenti attacchi contro invisibili
antiamericani) svolge una precisa funzione propagandistica: serve a far sì che anche gli
europei si sentano minacciati dall'Islam e che considerino ogni attacco subito dagli USA
come un attacco sferrato anche a loro:
"Alcuni non sono né contenti né
scontenti. Se ne fregano e basta. Tanto l'America è lontana, tra l'Europa e l'America
c'è un oceano... Eh, no, cari miei. No. C'è un filo d'acqua. Perché quando è in ballo
il destino dell'Occidente, la sopravvivenza della nostra civiltà, New York siamo noi.
L'America siamo noi. Noi italiani, noi francesi, noi inglesi, noi tedeschi, noi austriaci,
noi ungheresi, noi slovacchi, noi polacchi, noi scandinavi, noi belgi, noi spagnoli, noi
greci, noi portoghesi. Se crolla l'America, crolla l'Europa. Crolla l'Occidente, crolliamo
noi. E non solo in senso finanziario cioè nel senso che, mi pare, vi preoccupa di più.
[...] In tutti i sensi crolliamo, caro mio. E al posto delle campane ci ritroviamo i
muezzin, al posto delle minigonne ci ritroviamo il chador, al posto del cognacchino il
latte di cammella. Neanche questo capite, neanche questo volete capire!?!"
Non si tratta affatto di "sudditanza" europea verso gli
USA, ma di una divisione dei compiti tra le grandi potenze che dominano il mondo: agli USA
spetta quello, tra gli altri, di costituire il "braccio armato" che dovrebbe
salvaguardare gli interessi globali del Nord del mondo contro il Sud. Quando gli USA si
trovano in pericolo, l'Europa si trova improvvisamente disarmata, non perché è più
buona (che non lo sia si spera che risulti chiaro dalla totale complicità dei leader
europei nei confronti della guerra scatenata contro l'Afghanistan), ma perché ad essa
sono spettati gli svantaggi e i vantaggi di non dovere sostenere il confronto armato con
il blocco sovietico e con il Terzo mondo.
L'identità della grande patria
I mass media stanno compiendo un grande sforzo per dare un qualche
contenuto all'identità di questa grande patria, l'Occidente, che i più ben sanno
fondarsi sostanzialmente sul privilegio del denaro. E' interessante notare che, per
facilitare questo compito, perché non esiste identità senza passato, si cercano le
ragioni dell'Occidente negli imperi del passato, quelli che con certezza avevano una
connotazione "bianca", e avevano conquistato e soggiogato il mondo allora
conosciuto. La chiamata alla difesa dell'Impero e dei suoi privilegi è, così,
trasparente:
"Perché dietro la nostra civiltà
c'è Omero, c'è Socrate, c'è Platone, c'è Aristotele, c'è Fidia, perdio. C'è l'antica
Grecia col suo Partenone e la sua scoperta della Democrazia. C'è l'antica Roma con la sua
grandezza, le sue leggi, il suo concetto della Legge. Le sue sculture, la sua letteratura,
la sua architettura. I suoi palazzi e i suoi anfiteatri, i suoi acquedotti, i suoi ponti,
le sue strade."
La civiltà occidentale ha prodotto nel giro di soli trent'anni due
guerre mondiali che da sole hanno provocato più morti che tutte le guerre combattute sino
ad allora dall'umanità, ma dato che l'identità delle nazioni dominatrici deve essere
costruita sulla convinzione della propria superiorità, si espungono queste pagine, non
solo perché imbarazzanti e di per sé esplicative del basso grado di "civiltà"
che la nostra società possiede, ma anche perché furono guerre che, come quasi tutte
quelle che le precedettero, divisero l'Occidente. Con l'eccezione delle crociate e della
secolare opposizione medievale all'Islam, di cui siamo certi che a breve vivremo un
revival (film, libri, ecc.). Il delirio crociato giunge a un tale grado di regressione,
che dall'identità occidentale viene addirittura espulsa la Rivoluzione Francese, sia per
i suoi contenuti un po' troppo progressisti per la nostra "civiltà", ma anche
perché elemento costitutivo di una identità nazionale, quella francese, oggi percepita
troppo debole nella crociata contro l'Islam:
"Ma hai idea di chi fossero i Padri
Fondatori, i Benjamin Franklin e i Thomas Jefferson e i Thomas Paine e i John Adams e i
George Washington eccetera? Altro che gli avvocaticchi (come giustamente li chiamava
Vittorio Alfieri) della Rivoluzione Francese! Altro che i cupi e isterici boia del
Terrore, i Marat e i Danton e i Saint Just e i Robespierre! Erano tipi, i Padri Fondatori,
che il greco e il latino lo conoscevano come gli insegnanti italiani di greco e di latino
(ammesso che ne esistano ancora) non lo conosceranno mai." Blair "è venuto qui
e ha portato anzi rinnovato a Bush la solidarietà degli inglesi. Non una solidarietà
espressa con le chiacchiere e i piagnistei: una solidarietà basata sulla caccia ai
terroristi e sull'alleanza militare. Chirac, no. Come sai la scorsa settimana era qui in
visita ufficiale. Una visita prevista da tempo, non una visita ad hoc. Ha visto le macerie
delle due torri, ha saputo che i morti sono un numero incalcolabile anzi inconfessabile,
ma non s'è sbilanciato. Durante l'intervista alla Cnn ben quattro volte la mia amica
Cristiana Amanpour gli ha chiesto in qual modo e in qual misura intendesse schierarsi
contro questa Jihad, e per quattro volte Chirac ha evitato una risposta."
La rivalutazione del cristianesimo
Dato che l'identità occidentale è assai fragile, essendo
costituita in realtà sul privilegio materiale, la Fallaci compie il tentativo di fondarlo
anche sul dato religioso. Essendo la contrapposizione proposta quella contro una religione
(cioè contro i popoli che praticano quella religione), incorporare nell'identità
occidentale il dato cristiano appare ai novelli crociati una tentazione assai gustosa
anche per i paralleli storici che subito richiama . Ma la cristianità non può essere
gettata nella mischia perché è lo stesso Vaticano a non volerlo: non può permettersi di
appoggiare apertamente una crociata antislam. Verrebbero infatti definitivamente
compromesse le sue speranze di espansione in quei Paesi, la sopravvivenza religiosa di
alcuni milioni di fedeli (in Iraq, in Pakistan, in Palestina, ecc.), e il consenso di
quella parte di fedeli che abita nel Terzo Mondo. Per questo la Fallaci in un passaggio se
la prende pure con il Papa, per un suo presunto eccesso di tolleranza verso gli immigrati.
Ma, affannosamente alla ricerca di elementi identitari che diano uno straccio di identità
ad una grande patria in realtà fondata sul denaro, e volendosi contrapporre ad un'altra
identità che trova proprio sul terreno religioso la sua forza identitaria, ecco l'atea
Fallaci inneggiare a santi e campanili:
"L'Italia è un paese molto vecchio.
La sua storia dura da almeno tremila anni. La sua identità culturale è quindi molto
precisa e bando alle chiacchiere: non prescinde da una religione che si chiama religione
cristiana e da una chiesa che si chiama Chiesa Cattolica. La gente come me ha un bel dire:
io-con-la-chiesa-cattolica-non-c'entro. C'entro, ahimé c'entro. Che mi piaccia o no,
c'entro. E come farei a non entrarci? Sono nata in un paesaggio di chiese, conventi,
Cristi, Madonne, Santi. La prima musica che ho udito venendo al mondo è stata la musica
della campane. Le campane di Santa Maria del Fiore che all'Epoca della Tenda la vociaccia
sguaiata del muezzin soffocava. È in quella musica, in quel paesaggio, che sono
cresciuta. È attraverso quella musica e quel paesaggio che ho imparato cos'è
l'architettura, cos'è la scultura, cos'è la pittura, cos'è l'arte. È attraverso quella
chiesa (poi rifiutata) che ho incominciato a chiedermi cos'è il Bene, cos'è il Male.
[...] la musica delle campane mi piace tanto. Mi accarezza il cuore. Mi piacciono pure
quei Cristi e quelle Madonne e quei Santi dipinti o scolpiti. Infatti ho la mania delle
icone. Mi piacciono pure i monasteri e i conventi. Mi danno un senso di pace, a volte
invidio chi ci sta. E poi ammettiamolo: le nostre cattedrali son più belle delle moschee
e delle sinagoghe. Si o no?"
I confini della grande patria
Dato che il nucleo fondante dell'identità occidentale sono i soldi,
risulta molto difficile per gli aspiranti cittadini di tale novella nazione, essere
accettati. Occorrono varie credenziali, tra le quali un pingue portafoglio. Vi sono così
Paesi in bilico. Anche la Fallaci lo è: annoverando nell'Occidente anche i polacchi e gli
slovacchi dà ad intendere che può anche arrivare a considerare occidentali degli slavi,
ma solo se non appartenenti all'ortodossia: non menziona infatti bulgari o ucraini. Lo
scontro tra mondo slavo-ortodosso e Occidente (guerra del Kosovo) è troppo recente per
poter includere costoro nella grande patria, e poi, sono un po' troppo poveri. Ma la
tentazione è forte. Se il conflitto con l'Islam dovesse proseguire certo anche gli
slavo-ortodossi verrebbero rapidamente rivalutati e sarebbe loro consegnata la
cittadinanza occidentale, così come la cittadinanza dell'Impero Romano veniva a mano a
mano assegnata a diverse sue popolazioni quando lo scontro con il resto del mondo esigeva
una forte unità interna. Gli sforzi di Putin sono tutti concentrati in questa direzione:
vuole anche lui la cittadinanza romana. Così la Fallaci mentre non inserisce ancora
i russi nella nazione d'Occidente, dà comunque loro una qualche credenziale, e proprio
sul terreno della lotta all'Islam. Così del comunismo realmente esistito dice peste e
corna, con una eccezione, sentiamola:
"Non per nulla i paesi non
democratici, governati da un regime poliziesco, hanno sempre ospitato e finanziato e
aiutano i terroristi. L'Unione Sovietica, i paesi satelliti dell'Unione Sovietica e la
Cina Popolare, ad esempio." La Carta dei Diritti dell'Uomo statunitense
"trasforma i sudditi in cittadini. Perché trasforma la plebe in Popolo. Perché la
invita anzi le ordina di governarsi, d'esprimere le proprie individualità, di cercare la
propria felicità. Tutto il contrario di ciò che il comunismo faceva proibendo alla gente
di ribellarsi, governarsi, esprimersi, arricchirsi, e mettendo Sua Maestà lo Stato al
posto dei soliti re."
Ricorda che il suo papà (sono frequentissimi i richiami ai suoi
famigliari e antenati, anche questo segno inconfondibile della sete di guerra
etnica/nazionale: anche le antiche tribù cercavano la propria unità nell'adorazione di
comuni antenati):
"Diceva anche che invece di riscattare
la plebe il comunismo trasformava tutti in plebe. Rendeva tutti morti di fame."
Ma quando i sovietici invasero l'Afghanistan:
"Li ricordi quei barbuti con la
sottana e il turbante che prima di sparare il mortaio, anzi a ciascun colpo di mortaio,
berciavano le lodi del Signore? "Allah akbar! Allah akbar!". Io li ricordo bene.
E a veder accoppiare la parola Dio al colpo di mortaio, mi venivano i brividi. Mi pareva
d'essere nel Medioevo, e dicevo: "I sovietici sono quello che sono. Però bisogna
ammettere che a far quella guerra proteggono anche noi. E li ringrazio".
Chissà perché gli USA, così perfetti, li foraggiavano.
Italia piccola patria
L'Occidente è la grande patria, ma i suoi cittadini rischiano di
fare un po' di confusione con tutte le identità che ultimamente si è tentato di
appiccicare loro addosso. Sino a non molto tempo fa ci riempivano le orecchie con i
discorsi sull'Europa, indulgendo anche in una certa contrapposizione con gli USA (Corriere
compreso). E allora Fallaci ci propone un patriottismo un po' più vicino e casareccio,
quello per l'Italia, rafforzando così la campagna propagandistica patriottarda che ha la
sua punta più avanzata in Ciampi e il suo interessato amore per bandiere, sfilate
militari e inni italici.
"E detto ciò lasciami spiegare da che
cosa nasce la capacità di unirsi che caratterizza gli americani. Nasce dal loro
patriottismo. Io non so se in Italia avete visto e capito quel che è successo a New York
quando Bush è andato a ringraziar gli operai (e le operaie) che scavando nelle macerie
delle due torri cercano di salvare qualche superstite ma non tiran fuori che qualche naso
o qualche dito. Senza cedere, tuttavia. [...] Tutti. Giovani, giovanissimi, vecchi, di
mezz'età. Bianchi, neri, gialli, marroni, viola... L'avete visti o no? Mentre Bush li
ringraziava non facevano che sventolare le bandierine americane, alzare il pugno chiuso,
ruggire: "Iuessè! Iuessè! Iuessè! Usa! Usa! Usa!". [...] Oggi la bandiera
italiana la vedi soltanto alle Olimpiadi se per caso vinci una medaglia. Peggio: la vedi
soltanto negli stadi, quando c'è una partita internazionale di calcio. Unica occasione,
peraltro, in cui riesci a udire il grido Italia-Italia. Eh! C'è una bella differenza tra
un paese nel quale la bandiera della Patria viene sventolata dai teppisti negli stadi e
basta, e un paese nel quale viene sventolata dal popolo intero."
E non poteva mancare, dopo le lacrime versate a sentire quattro
campane, lo straziante inno alla bandiera:
"Quando ascolto l'Inno di Mameli mi
commuovo. Che a udire quel Fratelli-d'Italia, l'Italia-s'è-desta,
parapà-parapà-parapà, mi viene il nodo alla gola. Non mi accorgo nemmeno che come inno
è bruttino. Penso solo: è l'inno della mia Patria. Del resto il nodo alla gola mi vien
pure a guardare la bandiera bianca rossa e verde che sventola. Teppisti degli stadi a
parte, s'intende. Io ho una bandiera bianca rossa e verde dell'Ottocento. Tutta piena di
macchie, macchie di sangue, tutta rosa dai topi. [...] La custodisco come un gioiello.
Siamo morti per quel tricolore, Cristo!"
Tralasciando i dettagli grotteschi (le macchie che, con fiuto da
XFiles, a duecento anni di distanza la Fallaci riconosce come "sangue"), ci
domandiamo: a che pro tanto spreco di lacrime? Perché, come in tutte le guerre, una
nazione per combatterne un'altra ha bisogno dell'unità di tutte le sue classi sociali e
di tutte le sue forze politiche per combattere il nemico comune. La Fallaci invidia agli
USA la presenza di un Clinton che subito solidarizza con Bush, invidia cioè l'inesistenza
di una opposizione sociale e politica. E' una invidia tutta europea, dove i singoli stati,
chi più chi meno, devono fare i conti con sinistra e sindacati:
"È un Paese così diviso, l'Italia.
Così fazioso, così avvelenato dalle sue meschinerie tribali!" "Io sono
assolutamente convinta che, se Usama Bin Laden facesse saltare in aria la Torre di Giotto
o la Torre di Pisa, l'opposizione darebbe la colpa al governo. E il governo darebbe la
colpa all'opposizione. I capoccia del governo e i capoccia dell'opposizione, ai propri
compagni e ai propri camerati."
Ma la ragione di fondo dell'attrazione feticistica verso una
bandiera sdrucita è di natura classista. E' significativo che, in un brano riportato più
sopra, la Fallaci parlando dei soccorritori delle Twin Towers li chiami
"operai", quando invece i pompieri non lo sono affatto. Ma definirli così serve
a mettere all'ordine i nostri, di operai, troppo occupati a difendersi dagli assalti di
Confindustria:
"Ah! Io mi son tanto commossa a vedere
quegli operai che stringendo il pugno e sventolando la bandiera ruggivano
Iuessè-Iuessè-Iuessè, senza che nessuno glielo ordinasse. E ho provato una specie di
umiliazione. Perché gli operai italiani che sventolano il tricolore e ruggiscono
Italia-Italia io non li so immaginare. Nei cortei e nei comizi gli ho visto sventolare
tante bandiere rosse. Fiumi, laghi, di bandiere rosse. Ma di bandiere tricolori gliene ho
sempre viste sventolar pochine. Anzi nessuna. Mal guidati o tiranneggiati da una sinistra
arrogante e devota all'Unione Sovietica, le bandiere tricolori le hanno sempre lasciate
agli avversari."
Alla crociata alla crociata!
La Fallaci può permettersi di dire ciò che né i governanti né i
direttori di giornali possono affermare per ragioni eminentemente tattiche: per
sconfiggere l'Islam hanno bisogno di dividerlo. Ma l'essenza della guerra in atto non ha
solo un contenuto di classe cioè la continuazione del dominio economico del Nord sul Sud
del mondo, ma anche nazionale, etnico. La guerra contro l'Islam è parte della più
generale lotta del Nord contro il Sud del mondo. Una lotta che ha per posta la
continuazione dello sfruttamento del Terzo mondo e il mantenimento e l'estensione dei
privilegi del Primo. E allora la minaccia incombente di questa massa di diseredati che
premono sui confini della Metropoli, prende oggi la forma di una minaccia di invasione che
può sommergere noi e tutte le nostre ricchezze.
"Abituati come siete al doppio gioco,
accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una
guerra di religione. Voluta e dichiarata da una frangia di quella religione, forse,
comunque una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una
guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira
alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra
civiltà. All'annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di
pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e
informarci. Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende,
se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo
riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po' più intelligente cioè
meno bigotto o addirittura non bigotto. E con quello distruggerà la nostra cultura, la
nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri
piaceri..."
Il richiamo è antico, tribale, è un tasto che esercita un richiamo
fortissimo su tutti i popoli dominatori: la paura di essere invasi, di essere
detronizzati, di perdere la propria posizione. Non certo i propri "valori",
valori che leggendo il volgare libello della Fallaci, non riusciremmo ad individuare
nemmeno col microscopio. Ma le guerre condotte per opprimere altri popoli devono nutrirsi
della convinzione della superiorità della propria civiltà (i nazisti parlavano di razza,
ma il concetto è lo stesso). Questo era l'atteggiamento di Romani e Greci verso i popoli
"barbari", degli spagnoli verso le popolazioni indigene americane, degli inglesi
verso indiani e africani, ecc. La superiorità tecnica ed economica di queste nazioni era
in effetti indiscutibile, tant'è che hanno vinto. Ma la cosa curiosa è che questi imperi
hanno sempre avuto bisogno di affermare, dall'alto di cumuli di cadaveri, anche la propria
superiorità "morale".
"Perché vogliamo farlo questo
discorso su ciò che tu chiami Contrasto-fra-le-Due-Culture? Bè, se vuoi proprio saperlo,
a me dà fastidio perfino parlare di due culture: metterle sullo stesso piano come se
fossero due realtà parallele, di uguale peso e di uguale misura. [...] E poi dietro la
nostra civiltà c'è il Rinascimento. C'è Leonardo da Vinci, c'è Michelangelo, c'è
Raffaello, c'è la musica di Bach e di Mozart e di Beethoven. Su su fino a Rossini e
Donizetti e Verdi and Company. Quella musica senza la quale noi non sappiamo vivere e che
nella loro cultura o supposta cultura è proibita. Guai se fischi una canzonetta o mugoli
il coro del Nabucco. E infine c'è la Scienza, perdio. Una scienza che ha capito parecchie
malattie e le cura. Io sono ancora viva, per ora, grazie alla nostra scienza: non quella
di Maometto. Una scienza che ha inventato macchine meravigliose. Il treno, l'automobile,
l'aereo, le astronavi con cui siamo andati sulla Luna e su Marte e presto andremo
chissàddove. Una scienza che ha cambiato la faccia di questo pianeta con l'elettricità,
la radio, il telefono, la televisione, [...] Ed ora ecco la fatale domanda: dietro
all'altra cultura che c'è? Boh! Cerca cerca, io non ci trovo che Maometto col suo Corano
e Averroè coi suoi meriti di studioso."
Il brano che segue stupirà per la totale ignoranza che dimostra: si
confonde la Bibbia col Corano, le leggi dei talebani con le prescrizioni del Profeta, la
situazione dell'Afghanistan con quella di tutti i Paesi musulmani. Attenzione però: si
tratta di una voluta operazione di disinformazione, necessaria alla demonizzazione del
nemico. Ciò che propone la Fallaci infatti è una guerra tra popoli, se si riconoscono al
popolo che si vuol combattere luci e ombre, buoni e cattivi, cade il castello della guerra
etnica, totale, contro tutta una cultura, e dunque tutto un popolo:
"E ora vediamo quali sono i pregi che
distinguono questo Corano. Davvero pregi? Dacché i figli di Allah hanno semidistrutto New
York, gli esperti dell'Islam non fanno che cantarmi le lodi di Maometto: spiegarmi che il
Corano predica la pace e la fratellanza e la giustizia. [...] Ma allora come la mettiamo
con la storia dell'Occhio-per-Occhio-Dente-per-Dente? Come la mettiamo con la faccenda del
chador anzi del velo che copre il volto delle musulmane, sicché per dare una sbirciata al
prossimo quelle infelici devono guardare attraverso una fitta rete posta all'altezza degli
occhi? Come la mettiamo con la poligamia e col principio che le donne debbano contare meno
dei cammelli, che non debbano andare a scuola, non debbano andare dal dottore, non debbano
farsi fotografare eccetera? Come la mettiamo col veto degli alcolici e la pena di morte
per chi li beve? Anche questo sta nel Corano. E non mi sembra mica tanto giusto, tanto
fraterno, tanto pacifico."
Perché la guerra sia percepita come totale, occorre dunque
ideologicamente sbarazzarsi di coloro che tra gli islamici agli occhi di molti in
Occidente sono considerati "vittime": i palestinesi. La Fallaci non ha invece
bisogno di affrontare l'embargo all'Iraq, perché del fatto che ogni mese questo provochi
più morti che il crollo delle Twin Towers, in Occidente non frega nulla a nessuno. Se la
piglia così con Arafat, cercando di associarlo al terrorismo e ricordando una sua
intervista quando parlandole "berciava e sputacchiava" (lo ripete due volte):
"Illustre Signor Arafat, i martiri
sono i passeggeri dei quattro aerei dirottati e trasformati in bombe umane. Tra di loro la
bambina di quattro anni che si è disintegrata dentro la seconda torre. Illustre Signor
Arafat, i martiri sono gli impiegati che lavoravano nelle due torri e al Pentagono.
Illustre Signor Arafat, i martiri sono i pompieri morti per tentar di salvarli. E lo sa
chi sono gli eroi? Sono i passeggeri del volo che doveva buttarsi sulla Casa Bianca e che
invece si è schiantato in un bosco della Pennsylvania perché loro si son ribellati! Per
loro sì che ci vorrebbe il Paradiso, illustre Signor Arafat. Il guaio è che ora fa Lei
il capo di Stato ad perpetuum. Fa il monarca. Rende visita al Papa, afferma che il
terrorismo non le piace, manda le condoglianze a Bush. E nella sua camaleontica abilità
di smentirsi, sarebbe capace di rispondermi che ho ragione."
L'inno alla pulizia etnica
Poi c'è la parte più sconvolgente dello scritto, quello dove la
Fallaci chiede la pulizia etnica nei confronti della popolazione immigrata. Si tratta di
uno scivolone? Macché. E' la parte centrale dello scritto. E si tratta della logica
conseguenza dello spirito di crociata. Infatti: se la guerra è contro l'Islam (tutto, ma
proprio tutto l'Islam), allora dobbiamo guardarci proprio da quelli che sono riusciti a
"infiltrarsi" tra noi. La logica e la prosa è del tutto simile a quella di
Hitler nei confronti degli ebrei. Spesso i più giovani leggendo le cronache
dell'indifferenza del popolo tedesco di fronte alla persecuzione degli ebrei si sono
domandati: ma come era possibile dire, scrivere e fare quelle cose senza che nessuno
reagisse? Ebbene: questa è una replica, con i marocchini al posto degli ebrei. Il
pubblico è lo stesso: l'indifferente platea del sazio Occidente. Ecco qui di seguito un
ricco campionario, che evitiamo di commentare:
"Malgrado la paura della guerra, in
ogni paese d'Europa è stato individuato e arrestato qualche complice di Usama Bin Laden.
In Francia, in Germania, in Inghilterra, in Spagna... Ma in Italia dove le moschee di
Milano e di Torino e di Roma traboccano di mascalzoni che inneggiano a Usama Bin Laden, di
terroristi in attesa di far saltare in aria la Cupola di San Pietro, nessuno. Zero. Nulla.
Nessuno. Mi spieghi, signor cavaliere: son così incapaci i Suoi poliziotti e carabinieri?
Son così coglioni i Suoi servizi segreti? Son così scemi i Suoi funzionari? E son tutti
stinchi di santo, tutti estranei a ciò che è successo e succede, i figli di Allah che
ospitiamo?"
"Però la cosa non si risolve, non si esaurisce, con la morte di Usama Bin Laden.
Perché gli Usama Bin Laden sono decine di migliaia, ormai, e non stanno soltanto in
Afghanistan o negli altri paesi arabi. Stanno dappertutto, e i più agguerriti stanno
proprio in Occidente. Nelle nostre città, nelle nostre strade, nelle nostre università,
nei gangli della tecnologia. [...] Trattare con loro è impossibile. Ragionarci,
impensabile. Trattarli con indulgenza o tolleranza o speranza, un suicidio. E chi crede il
contrario è un illuso. Te lo dice una che quel tipo di fanatismo lo ha conosciuto
abbastanza bene in Iran, in Pakistan, in Bangladesh, in Arabia Saudita, in Kuwait, in
Libia, in Giordania, in Libano, e a casa sua. Cioè in Italia."
"I soli coi quali abbia avuto un rapporto civile restano il povero Alì Bhutto cioè
il primo ministro del Pakistan, morto impiccato perché troppo amico dell'Occidente, e il
bravissimo re di Giordania: re Hussein. Ma quei due erano musulmani quanto io son
cattolica."
(si noti che gli unici due "figli di Allah" decenti, le
uniche due eccezioni, per la Fallaci non sono musulmani)
"Io non vado a rizzare tende alla
Mecca. Io non vado a cantar Paternostri e Avemarie dinanzi alla tomba di Maometto. Io non
vado a fare pipì sui marmi delle loro moschee, non vado a fare la cacca ai piedi dei loro
minareti."
"A volte invece di quelle vedevo l'immagine per me simbolica (quindi infuriante)
della gran tenda con cui un'estate fa i mussulmani somali sfregiarono e smerdarono e
oltraggiarono per tre mesi piazza del Duomo a Firenze. La mia città. Una tenda rizzata
per biasimare condannare insultare il governo italiano che li ospitava ma non gli
concedeva le carte necessarie a scorrazzare per l'Europa e non gli lasciava portare in
Italia le orde dei loro parenti. Mamme, babbi, fratelli, sorelle, zii, zie, cugini,
cognate incinte, e magari i parenti dei parenti. Una tenda situata accanto al bel palazzo
dell'Arcivescovado sul cui marciapiede tenevano le scarpe o le ciabatte che nei loro paesi
allineano fuori dalle moschee. E insieme alle scarpe o le ciabatte, le bottiglie vuote
dell'acqua con cui si lavavano i piedi prima della preghiera. Una tenda posta di fronte
alla cattedrale con la cupola del Brunelleschi, e a lato del Battistero con le porte d'oro
del Ghiberti. Una tenda, infine, arredata come un rozzo appartamentino: sedie, tavolini,
chaise-longues, materassi per dormire e per scopare, fornelli per cuocere il cibo e
appestare la piazza col fumo e col puzzo. E, grazie alla consueta incoscienza dell'Enel
che alle nostre opere d'arte tiene quanto tiene al nostro paesaggio, fornita di luce
elettrica. Grazie a un radio-registratore, arricchita dalla vociaccia sguaiata d'un
muezzin che puntualmente esortava i fedeli, assordava gli infedeli, e soffocava il suono
delle campane. Insieme a tutto ciò, le gialle strisciate di urina che profanavano i marmi
del Battistero."
A Firenze si trovano
"gli altri arrogantissimi ospiti della
città: gli albanesi, i sudanesi, i bengalesi, i tunisini, gli algerini, i pakistani, i
nigeriani che con tanto fervore contribuiscono al commercio della droga e della
prostituzione a quanto pare non proibito dal Corano. Eh, sì: sono tutti dov'erano prima
che il mio poliziotto togliesse la tenda. Dentro il piazzale degli Uffizi, ai piedi della
Torre di Giotto. Dinanzi alla Loggia dell'Orcagna, intorno alle Logge del Porcellino. Di
faccia alla Biblioteca Nazionale, all'entrata dei musei. Sul Ponte Vecchio dove ogni tanto
si pigliano a coltellate o a revolverate. Sui Lungarni dove hanno preteso e ottenuto che
il Municipio li finanziasse (Sissignori, li finanziasse). Sul sagrato della Chiesa di San
Lorenzo dove si ubriacano col vino e la birra e i liquori, razza di ipocriti, e dove
dicono oscenità alle donne."
"Guai se un Vigile Urbano gli si avvicina, azzarda: "Signor figlio di Allah,
Eccellenza, le dispiacerebbe spostarsi un capellino e lasciar passare la gente?". Se
lo mangiano vivo. Lo aggrediscono col coltello. Come minimo, gli insultano la mamma e la
progenie. "Razzista, razzista!". E la gente sopporta, rassegnata."
"Succede anche nelle altre città, lo so. A Torino, per esempio. Quella Torino che
fece l'Italia e che ormai non sembra nemmeno una città italiana. Sembra Algeri, Dacca,
Nairobi, Damasco, Beirut. A Venezia. Quella Venezia dove i piccioni di piazza San Marco
sono stati sostituiti dai tappetini con la "merce" e perfino Otello si
sentirebbe a disagio. A Genova. Quella Genova dove i meravigliosi palazzi che Rubens
ammirava tanto sono stati sequestrati da loro e deperiscono come belle donne stuprate. A
Roma. Quella Roma dove il cinismo della politica d'ogni menzogna e d'ogni colore li
corteggia nella speranza d'ottenerne il futuro voto, e dove a proteggerli c'è lo stesso
Papa."
"Anziché figli-di-Allah in Italia li chiamano "lavoratori stranieri".
Oppure "mano-d'opera-di-cui-v'è-bisogno". E sul fatto che alcuni di loro
lavorino, non ho alcun dubbio. Gli italiani son diventati talmente signorini. Vanno in
vacanza alle Seychelles, vengon a New York per comprare i lenzuoli da Bloomingdale's. Si
vergognano a fare gli operai e i contadini, e non puoi più associarli col proletariato.
Ma quelli di cui parlo, che lavoratori sono? Che lavoro fanno? In che modo suppliscono al
bisogno della mano d'opera che l'ex proletariato italiano non fornisce più? Bivaccando
nella città col pretesto della merce-da-vendere? Bighellonando e deturpando i nostri
monumenti? Pregando cinque volte al giorno? E poi c'è un'altra cosa che non capisco. Se
davvero son tanto poveri, chi glieli dà i soldi per il viaggio sulla nave o sul gommone
che li porta in Italia?"
"Chi glieli dà i dieci milioni a testa (come minimo dieci milioni) necessari a
comprarsi il biglietto? Non glieli darà mica Usama Bin Laden allo scopo d'avviare una
conquista che non è solo una conquista di anime, è anche una conquista di territorio?
Bè, anche se non glieli dà, questa faccenda non mi convince. Anche se i nostri ospiti
sono assolutamente innocenti, anche se fra loro non c'è nessuno che vuole distruggermi la
Torre di Pisa o la Torre di Giotto, nessuno che vuol mettermi il chador, nessuno che vuol
bruciarmi sul rogo di una nuova Inquisizione, la loro presenza mi allarma. Mi incute
disagio. E sbaglia chi questa faccenda la prende alla leggera o con ottimismo."
"Da noi ci sono venuti di propria iniziativa, coi maledetti gommoni e in barba ai
finanzieri che cercavano di rimandarli indietro. Più che d'una emigrazione s'è trattato
dunque d'una invasione condotta all'insegna della clandestinità. Una clandestinità che
disturba perché non è mite e dolorosa. È arrogante e protetta dal cinismo dei politici
che chiudono un occhio e magari tutti e due. Io non dimenticherò mai i comizi con cui
l'anno scorso i clandestini riempiron le piazze d'Italia per ottenere i permessi di
soggiorno. Quei volti distorti, cattivi. Quei pugni alzati, minacciosi. Quelle voci irose
che mi riportavano alla Teheran di Khomeini."
La signora è rincoglionita? Ma no, si tratta del campionario tipico
del perfetto razzista. Come si vede c'è di tutto. Dal grido del borghese contro "gli
italiani che non vogliono più fare certi mestieri" (quei mestieri che loro si
guardano bene dal far praticare ai propri figli), all'associazione dello straniero con
feci, urine, sporcizia, ecc. I volti degli immigrati sono "cattivi", quelli che
arrivano in gommone non sono dei disgraziati, ma parte consapevole di un disegno invasore
che si trama nell'ombra. Si noterà una certa contraddizione tra la maniera in cui gli USA
trattano l'immigrazione (sostanzialmente incoraggiandola, anche se entro certi limiti) e
il becerume italico che aveva come suo massimo esponente, prima che la Fallaci aprisse la
bocca, Umberto Bossi. Ed è la stessa ragione per cui la destra negli USA prende la forma
del neoliberismo spinto di Bush o di Reagan, e qui da noi quella di Bossi, Fini e
Berlusconi. Negli USA il capitalismo è sufficientemente forte da imporre i propri
interessi su quello della nazione dominante (bianca, anglosassone, protestante), ma in
Italia, dove invece il movimento operaio e la sinistra sono più forti, la classe
dominante è costretta per reggersi a far ricorso al razzismo ed ai partiti che almeno in
parte ne sono espressione.
"Sto dicendoti che noi italiani non
siamo nelle condizioni degli americani: mosaico di gruppi etnici e religiosi, guazzabuglio
di mille culture, nel medesimo tempo aperti ad ogni invasione e capaci di respingerla. Sto
dicendoti che, proprio perché è definita da molti secoli e molto precisa, la nostra
identità culturale non può sopportare un'ondata migratoria composta da persone che in un
modo o nell'altro vogliono cambiare il nostro sistema di vita. I nostri valori. Sto
dicendoti che da noi non c'è posto per i muezzin, per i minareti, per i falsi astemi, per
il loro fottuto Medioevo, per il loro fottuto chador."
Fuori le palle!
Dato che quello della Fallaci è un inno alla guerra e alla pulizia
etnica, non può mancare anche l'appello ai maschi a "tirare fuori i coglioni".
Alla fin dei conti la guerra devono farla loro. Il maschilismo vergognoso non deve stupire
per il fatto che viene da una donna (il nome Thatcher vi ricorda qualcosa?), anzi, per la
mentalità dominante tra gli uomini, la richiesta di "tirare fuori gli
attributi" se viene da una donna si fa ancora più pressante:
"[Rudolph Giuliani] sembrava un
generale che partecipa di persona alla battaglia. Un soldato che si lancia all'attacco con
la baionetta. "Forza, gente, forzaaa! Tiriamoci su le maniche, sveltiii!" Ma
poteva farlo perché quella gente era, è, come lui. Gente senza boria e senza pigrizia,
avrebbe detto mio padre, e con le palle."
"Il comunismo è un regime monarchico, una monarchia di vecchio stampo. In quanto
tale taglia le palle agli uomini. E quando a un uomo gli tagli le palle non è più un
uomo, diceva mio padre."
A lei gli statunitensi piacciono per questo: così rudi, così
maschi...:
"Rozzi, maleducati. Lo vedi subito che
non hanno mai letto Monsignor della Casa, che non hanno mai avuto nulla a che fare con la
raffinatezza e il buon gusto e la sophistication. Nonostante i soldi che sprecano nel
vestirsi, ad esempio, son così ineleganti che in paragone la regina d'Inghilterra sembra
chic. Però sono riscattati, perdio. E a questo mondo non c'è nulla di più forte, di
più potente, della plebe riscattata." Invece con "i figli di Allah la faccenda
sarà dura. Molto lunga e molto dura. Ammenoché il resto dell'Occidente non smetta di
farsela addosso."
"E se in alcuni paesi le donne sono così stupide da accettare il chador anzi il velo
da cui si guarda attraverso una fitta rete posta all'altezza degli occhi, peggio per loro.
Se son così scimunite da accettar di non andare a scuola, non andar dal dottore, non
farsi fotografare eccetera, peggio per loro. Se son così minchione da sposare uno stronzo
che vuole quattro mogli, peggio per loro."
Gli affari sono affari
La Fallaci, da buona figlia di gente coi soldi, infarcisce il suo
scritto di deliri egocentrici. Ci fa sapere che ha passato innumerevoli guerre, che nella
strage di Mexico City si beccò "un bel po' di pallottole" e
"quando credendomi morta mi
scaraventarono nell'obitorio, i cadaveri che presto mi ritrovai intorno e addosso mi
sembrarono un diluvio."
Immagina che Arafat tra le migliaia di giornalisti che ha incontrato
solo di lei abbia un ricordo indelebile:
"Sai, tra me e lui non corre buon
sangue. Non mi ha mai perdonato né le roventi differenze di opinione che avemmo durante
quell'incontro né il giudizio che su di lui espressi nel mio libro Intervista con la
storia. Quanto a me, non gli ho mai perdonato nulla. Incluso il fatto che un
giornalista italiano imprudentemente presentatosi a lui come mio amico, si sia
ritrovato con una rivoltella puntata contro il cuore."
Sogna di essere stata al centro delle preoccupazione di Khomeini:
"che dopo l'intervista tenne un
comizio a Qom per dichiarare che io lo accusavo di tagliare i seni alle donne. Da tale
comizio ricavò un video che per mesi venne trasmesso alla televisione di Teheran sicché,
quando l'anno successivo tornai a Teheran, venni arrestata appena scesa dall'aereo."
Fallaci, il terrore dell'Islam, tutto da sola:
"potrei parlarti di quel Mujib Rahman
che, sempre a Dacca, aveva ordinato ai suoi guerriglieri di eliminarmi in quanto europea
pericolosa, e meno male che a rischio della propria vita un colonnello inglese mi
salvò."
Si noti il dettaglio che fa tanto
romantico-ottocento-coloniale-esotico del colonnello (inglese, of course) che la salva
rischiando la pelle. Ci fa sapere più in là che, quando vuole, può telefonare al
Ministro degli Esteri e questo se la fila pure. Infine, non lo sapevamo, ma fu la Fallaci
- a sentir lei - che risolse la protesta degli immigrati a Firenze:
"Chiamai un simpatico poliziotto che
dirige l'ufficio-sicurezza e gli dissi: "Caro poliziotto, io non sono un politico.
Quando dico di fare una cosa, la faccio. Inoltre conosco la guerra e di certe cose me ne
intendo. Se entro domani non levate la fottuta tenda, io la brucio. Giuro sul mio onore
che la brucio, che neanche un reggimento di carabinieri riuscirebbe a impedirmelo, e per
questo voglio essere arrestata. Portata in galera con le manette. Così finisco su tutti i
giornali". Bè, essendo più intelligente degli altri, nel giro di poche ore lui la
levò. Al posto della tenda rimase soltanto un'immensa e disgustosa macchia di
sudiciume."
Apprendiamo poi che fu anche la più giovane partigiana della storia
d'Italia:
"Per quel tricolore la mia intera
famiglia fece la Resistenza e l'ho fatta anch'io. Nelle file di Giustizia e Libertà, col
nome di battaglia Emilia. Avevo quattordici anni."
C'è da ridere? No, c'è da essere preoccupati, perché questa
signora, che dal suo appartamento di Manhattan (sì, perché non vive in Italia), fa
prediche sull'orgoglio patriottico italico è della specie dei Karadzic, degli Sharon, e
dei Goebbels.
"E sono molto, molto, molto
arrabbiata. Arrabbiata d'una rabbia fredda, lucida, razionale. Una rabbia che elimina ogni
distacco, ogni indulgenza. Che mi ordina di rispondergli e anzitutto di sputargli addosso.
Io gli sputo addosso."
La Fallaci ha costruito il suo documento sotto la forma
dell'invettiva "accorata", "indignata" e "appassionata",
tutti aggettivi che traiamo dai suoi ammiratori. Ma l'Occidente è Occidente. Per giorni
abbiamo cercato di scaricare l'articolo dal sito del Corriere, ma una scritta ci
informava che l'"indignato" pezzo della Fallaci dove straparla dei valori
dell'Occidente non era disponibile perché questi erano gli accordi di
"copyright"; del resto, continuava l'avviso, la Fallaci sta già pensando ad un
libro, che si preannuncia un "nuovo best seller". Poi l'articolo, dato che
comunque circolava su internet senza permesso, si sono decisi a metterlo in linea,
precisando che era già stato "venduto" in vari Paesi. Gli affari sono affari.
La vera, autentica, identità dell'Occidente.