Perché Bush a proposito della rappresaglia occidentale in una
nota gaffe ha parlato di "crociata" e dopo qualche giorno si è corretto?
Perché il fondamentalismo islamico gode di crescente consenso tra le masse del Medio
Oriente? Perché le popolazioni del Nord del mondo, si stanno stringendo nella difesa
dell'Occidente?
Assistiamo in questi giorni a vari tentativi di interpretazione di
quanto sta accadendo. Ma se non utilizziamo categorie che hanno a che vedere con la questione
nazionale, ben difficilmente comprenderemo qualcosa della natura del fondamentalismo
islamico o delle ragioni della reazione occidentale. Per questo saremo costretti ad una
lunga premessa, purtroppo necessaria per introdurre una nostra proposta di chiave di
lettura dei fatti delle ultime settimane.
L'identità
Ognuno di noi ha una propria identità che è data dall'insieme di
risposte che si dà alla domanda: chi sono io? Le risposte disegnano una identità
che si definisce sempre in relazione agli altri (vedi Giovanni Jervis,
"L'Identità", Bollati), in poche parole noi definiamo gli elementi della
nostra identità accomunandoci ad un gruppo o a diversi gruppi, separati da altri gruppi
che hanno elementi identitari diversi e/o opposti. Ad esempio per gran parte degli
abitanti d'Italia essere italiani è un elemento identitario più o meno forte, ma
se in tutto il mondo non esistessero che italiani, certo questo elemento identitario
verrebbe meno. Così l'essere uomo o donna si definisce in relazione all'altro sesso, ecc.
Questo senso di identità è tanto più vivo quanto più è vicina a noi un'identità altra.
Ad esempio essere italiani è certo un elemento identitario che si sente tanto più
forte quanto più si vive fianco a fianco con altre identità nazionali, è ciò che
accade ad esempio agli italiani emigrati. Del resto nella identità degli italiani non è
molto presente l'elemento identitario bianco, non perché non siano razzisti, ma
per la semplice ragione che di neri in Italia ce ne sono pochi. Negli USA è già ben
diverso: essere bianco o nero là, è un elemento identitario fondamentale.
Vi sono comunque molte altre condizioni che modellano gli elementi di una identità. Le
vicende storiche collettive ad esempio: negli anni settanta gran parte degli operai aveva
integrato nella propria identità l'essere operaio, oggi invece quando si chiede a
un giovane che lavoro fa risponde "lavoro in ditta", e non si capisce dunque se
è operaio, impiegato o dirigente, perché forse si vergogna della propria condizione
sociale, o la ritiene irrilevante, o provvisoria. Il fatto è che prima vi erano state
lotte sociali così forti che avevano spinto milioni di individui a modificare l'idea che
essi avevano di sé, cioè il senso della propria identità.
L'identità nazionale
La nostra identità contiene vari elementi dunque: sono padre
o madre, sono uomo o donna, sono operaio, sono comunista,
sono cristiano, ecc. Sul terreno nazionale (o etnico) le risposte
però non sono mai univoche. Per terreno nazionale intendiamo l'idea che ognuno di
noi ha di appartenenza ad un gruppo legato da affinità culturali e/o per appartenenza
territoriale e/o di lingua, ecc. Così alla domanda "qual è il gruppo di persone
alle quali ti senti di appartenere?" si può in misura diversa rispondere: sono bolognese,
oppure italiano, o europeo, o bianco, o occidentale, ecc. Un
abitante della Libia potrà in diversa misura dire: sono libico, arabo, musulmano.
Un combattente curdo darà senz'altro grande rilevanza all'elemento identitario curdo,
e poi dopo, se lo farà, a quello islamico. In alcune circostanze storiche l'essere
italiani è l'elemento identitario nazionale più forte, ma certo nel '300
l'identità comunale era maggiore, e del resto si presume che l'elemento
identitario europeo accrescerà sempre più in futuro la propria importanza.
Possiamo immaginarci l'identità come una scatola entro la quale vi sono dei palloncini,
alcuni più grossi altri più piccoli. Lo spazio però è quello, e se un
palloncino aumenta di volume toglie spazio agli altri. Alcuni esempi concreti.
Negli anni cinquanta in Egitto l'identità nazionale era
innanzitutto costituita dall'elemento identitario arabo, poi da quello egiziano, quindi da
quello islamico. Oggi, a giudicare dalla crescente influenza fondamentalista, è probabile
che vi siano molti che definiscono la propria identità nazionale intorno all'elemento
identitario islamico. Negli anni settanta molti palestinesi mettevano al primo
posto palestinese, poi arabo, poi islamico. Ma un militante di Hamas
oggi farà balzare in primo piano quello di islamico. E di conseguenza gli altri
due elementi sono relativizzati e rimpiccioliti. Veniamo all'Italia. Sino a quindici anni
fa a nessuno sarebbe saltato in mente di definirsi padano. Oggi vi è una
consistente fetta della popolazione che invece ha incorporato nella propria identità
questo elemento, spesso a spese dell'elemento italiano.
Gli elementi identitari dormienti
L'appartenenza identitaria al Centro-Nord Italia però non se l'è
inventata Bossi: era un "palloncino sgonfio", un elemento dormiente, potremmo
dire: in letargo. Si manifestava sino a fine degli anni ottanta solo
"privatamente", negli improperi verso i "terroni", nella diffidenza
verso Roma, ecc. Determinate circostanze politiche hanno risvegliato questo elemento
identitario. In un operaio della Lega gli altri elementi (non solo quelli nazionali,
ma anche di genere, di classe, ecc.) non sono spariti, ma sono passati allo
stato dormiente. L'elemento identitario islamico non è mai stato dormiente,
ma certo vi sono stati periodi in cui era un "palloncino più piccolo" rispetto
ad altri. Ad esempio nei Paesi arabi era forte la corrente panarabista, che considerava
non a torto frutto del disegno delle grande potenze lo spezzettamento in tanti stati del
mondo arabo e immaginava una riunificazione. In questo progetto l'elemento identitario
catalizzatore non era la religione (che anzi era percepita come ostacolo perché
portatrice di un altro elemento identitario non coincidente con quello arabo),
ma la lingua e le tradizioni comuni.
Altri elementi identitari dormienti, sul terreno nazionale,
sono ad esempio quello comunale (che si manifesta non politicamente nelle tifoserie
calcistiche), e continentale (vi è uno sforzo volontaristico da parte delle classi
dominanti europee a ingrandire questo elemento nelle identità dei propri cittadini, ma
questi recalcitrano, fuori che in Italia, il Paese più europeista, anche perché quello
con l'identità nazionale più precaria). Identità ancora più piccole oggi sono
abbastanza rare, anche se una volta hanno avuto la loro importanza, e sopravvivono solo
nel gioco, ecc. (ad esempio il palio di Siena che è una sfida tra quartieri).
L'identità nazionale non è data solo o sempre dall'appartenenza
ad un unico territorio, gli indios amazzonici non si sentono brasiliani solo
perché si sono ritrovati circondati dai confini del Brasile. Vi sono momenti come abbiamo
visto in cui l'elemento identitario dominante sul terreno nazionale diviene la religione:
è accaduto nel lungo periodo del confronto tra cristianità e islam.
All'epoca le potenze europee non si definivano in base a un criterio territoriale
(l'Europa, appunto), ma religioso. Quella era la forma che prendeva lo scontro tra
i popoli che venivano dal Sud e dall'Est e quelli del Nord.
L'oscillazione delle identità
Le identità nazionali oscillano, non sono affatto statiche: esse
mutano non solo da una generazione all'altra, ma anche all'interno di una stessa
esistenza, e mutano anche nel giro di poche ore. Nel giro di poche ore cioè un individuo
può decidere che la sua nazione è una o l'altra, se sottoposto a una fortissima
pressione. Nei primi trent'anni di questo secolo ad esempio gli ebrei italiani si
consideravano italiani a tutti gli effetti, italiani di religione ebraica, ma con
l'inizio della persecuzione fascista li si è costretti ad assumere nella propria
identità nazionale l'essere ebrei. Subito dopo l'attacco alle Twin Towers si è
sviluppato a livello di massa una crescita fortissima dell'elemento identitario
cristiano/occidentale, che in un attimo ha superato tutti gli altri (italiano, europeo,
"padano").
Perché queste oscillazioni identitarie? Perché decidersi per
un elemento identitario o per l'altro significa decidere il gruppo al quale si appartiene,
con il quale si è solidali. Dunque le correnti politiche che esaltano un elemento
identitario o l'altro sono portatrici di una proposta di alleanza tra tutti coloro
che sono accomunati da quel certo elemento identitario. Esempi.
Gli abitanti del Kosova, dell'Albania, della Macedonia
occidentale, hanno come elemento identitario comune la lingua albanese. Tutte le
direzioni politiche emerse da quando gli albanesi si sono fatti riconoscere come nazione,
quindi dalla metà dell'Ottocento, sono ricorse a questo elemento identitario. Quindi implicitamente
hanno fatto una proposta di alleanza tra tutti coloro che parlano albanese. Avrebbero
potuto anche compiere altre scelte: ad esempio sottolineare l'elemento religioso, e dunque
presentarsi come "i musulmani" dei Balcani. Ciò avrebbe comportato un altro
arco di alleanze: con i bosniak e i musulmani del Sangiaccato, e avrebbe escluso le
minoranze albanesi ortodosse (Sud Albania) e cattoliche (Nord Albania).
Perché alcune correnti politiche scelgono di essere portatrici di
una certa proposta di alleanza e non di altre? In realtà non si tratta affatto di una scelta.
Semplicemente sul mercato dell'offerta politica vi sono quasi sempre proposte politiche
che fanno appello agli elementi identitari dormienti, solo che non hanno successo e
dunque risultano invisibili. Altre volte quando un elemento identitario non si propone
come costitutivo di una nuova identità nazionale, esso sopravvive in ambiti non politici.
Ad esempio il fondamentalismo islamico nelle moschee, prima che esplodesse negli anni
ottanta del secolo scorso. Altro esempio: prima della Lega Nord esistevano sin dagli anni
sessanta e settanta piccole formazioni di carattere localistico, per la salvaguardia del
dialetto, delle tradizioni, ecc. solo alcune di queste si lanciavano sul terreno politico,
sempre comunque a livello comunale: la Lega le ha poi inglobate tutte, insieme a gran
parte dei loro attivisti. Negli anni settanta e per gran parte degli anni ottanta però
non vi erano le condizioni per il loro successo, per cui ben pochi si accorsero della loro
esistenza: a quell'epoca gran parte delle masse popolari del Nord si collocavano sul
terreno di classe e non su quello nazionale. In poche parole un elemento
identitario diviene elemento costitutivo di una nuova identità nazionale quando le idee
di piccoli gruppi si incontrano con bisogni espressi da larghe masse.
Anche le forze politiche che fanno leva su elementi identitari
nazionali, sono sottoposte a varie oscillazioni. Così la Lega di Bossi nella sua prima
fase di esistenza si è caratterizzata come antimeridionalista, oggi si presenta
sostanzialmente come antimmigrati, solleticando dunque l'elemento italiano, prima
di quello "padano". In questo modo la sua proposta di alleanza (perché
come abbiamo detto sottolineare un elemento o un altro significa proporre una alleanza o
un'altra) potenzialmente si allarga. Anche Haider ha dovuto abbandonare certi accenti
troppo regionalisti e antiviennesi, per poter disputare la lotta sull'arena dell'intera
Austria. Nonostante queste manovre, però, in generale, quando una forza politica
raggiunge il successo per aver fatto leva su un certo elemento identitario, ne rimane in
qualche modo prigioniera. Bossi non ha allargato il suo consenso al di là della Padania,
come del resto la prima sconfitta Haider l'ha registrata alle comunali di Vienna.
La materialità della questione nazionale
Diranno coloro che immaginano di essere dei marxisti ortodossi: se
le identità oscillano e uno le può cambiare come un vestito, non si tratta forse di una
ragione in più per considerare l'identità nazionale come una sovrastruttura, un
pregiudizio, una costruzione puramente astratta, insomma qualcosa che, a ben vedere, non
esiste?
In realtà la questione nazionale si lega a fattori potentissimi e
tutti dotati di una forte materialità. Una proposta di alleanza significa
implicitamente una proposta di scontro (offensivo o difensivo) nei confronti di
altri gruppi. L'esaltazione dell'elemento identitario padano da parte della Lega
porta con sé implicitamente un progetto di scontro con il Meridione e con gli immigrati
per il mantenimento dei propri privilegi. L'esaltazione dell'elemento identitario tedesco
da parte di Hitler comportava un progetto di scontro con i popoli slavi confinanti e con
gli ebrei, e così via. La scelta dell'elemento linguistico albanese risponde ad
un'esigenza materiale di sopravvivenza di fronte ai molteplici attacchi portati dai popoli
slavi nei loro confronti. E la necessità di sopravvivere è qualcosa di estremamente
concreto. Dal successo o meno di questi progetti dipende il destino materiale di interi
popoli: se sopravviveranno, se resisteranno o se continueranno a dominarne altri.
I popoli si sono scontrati sempre, anche prima dell'esistenza in classi,
anche prima del sorgere dello stato. Il richiamo della propria tribù (e al
suo sistema di alleanze) ha una forza ben superiore a quello dell'appartenenza di classe.
Sin dai tempi in cui l'umanità viveva dispersa sopravvivendo di caccia e raccolta, la
solidarietà di gruppo, cioè la solidarietà tribale, era semplicemente un fatto di
sopravvivenza. Essere sconfitti da un'altra tribù poteva significare la morte, o la fame.
Questa identità si è ovviamente evoluta con il tempo, si è intrecciata con la questione
di classe, ecc. ma nella sostanza è la stessa, il richiamo è lo stesso, antico, della
propria tribù. E più la tribù è grande, potente, e con un solido sistema di
alleanze, e più noi, come singoli membri della tribù, potremo sperare di sopravvivere e
di non essere sopraffatti dagli altri. Questa materialità spiega perché la
questione nazionale è quella che ha suscitato i più forti sentimenti nella storia
dell'umanità e i più grandi sacrifici. I kamikaze possono nascere solo in un ambiente
impregnato di aspettative e/o frustrazioni nazionali.
L'oscillazione dell'identità nazionale dunque corrisponde ad una
scelta di alleanza con altri gruppi, e prende la forma della condivisione di
elementi identitari comuni: la stessa lingua, un mitico progenitore, una tradizione
consolidata. Gli shuar amazzonici hanno sempre fatto la guerra alle altre etnie indigene,
ma oggi in Ecuador sono alleati con loro: il nucleo identitario è costituito dall'essere indio,
in contrapposizione con la nazione dominante meticcia; così un quechua dunque si
definirà prima indio, poi ecuatoriano, poi quechua. Se scegliesse
come elemento identitario catalizzatore l'essere quechua, le alleanze sarebbero
altre: innanzitutto coi quechua del Perù e della Amazzonia.
Mentre le tribù erano entità piccole, con la nascita delle
classi e degli stati, la società è diventata molto più complessa, ed anche l'identità
nazionale è divenuta qualcosa di complicato: vi si trovano diverse lingue, si praticano
diversi culti, e dunque l'identità nazionale si arricchisce di varie possibilità.
Ma, come abbiamo già scritto, dalla scelta di quale elemento identitario far prevalere
dipende comunque la sopravvivenza di un popolo, come accadeva per le tribù. Per questo i
popoli prendono molto sul serio i progetti nazionali. Le città stato dell'Antica
Grecia possedevano una forte identità cittadina, Atene, Sparta... Le guerre per
l'egemonia dell'area le abbiamo studiate tutti sui banchi di scuola. Ma solo
l'oscillazione identitaria dalla città alla grecità, permise alle città
stato di stringersi in alleanza per battere i persiani. Qualche secolo dopo però la
mancata oscillazione identitaria fece sì che l'intera Grecia fosse conquistata
dall'Impero Romano, che trovò una Grecia divisa e dunque facile preda.
I bisogni dei popoli
Dunque la scelta di un elemento identitario o di un altro è ciò
che determina la sopravvivenza di un popolo, o il mantenimento dei suoi privilegi. Se ad
esempio il progetto di Hitler avesse avuto successo tutti i tedeschi ne avrebbero
guadagnato dal punto di vista materiale, in misura proporzionale alla propria classe
sociale. Le masse tedesche avrebbero colonizzato tutto l'Est Europa, desertificato per
l'eliminazione fisica di ebrei e slavi, e avrebbero goduto del surplus generato da
popolazioni assoggettate in stato di servitù o di schiavitù. Il consenso di massa che
ebbero i nazisti (e i fascisti) non era dovuto al carisma di questo o quel capo, ma anche
al fatto che il progetto nazionale di cui erano portatori era allettante per settori
consistenti di massa.
La scelta dunque da parte delle masse è una scelta di convenienza.
Non è affatto certo che questi calcoli siano esatti, o ragionevoli, sta di fatto che la
scelta è dettata da calcoli materiali, e non da astrazioni o pregiudizi. Questi calcoli
li fanno sia i popoli oppressi sia quelli che opprimono. Per i primi è una questione di
resistenza di fronte ad un attacco, per i secondi una questione di mantenimento dei propri
privilegi. Ad esempio riscoprire l'identità basca è una questione di sopravvivenza per i
baschi che hanno sempre sofferto di un deficit di potere all'interno di uno stato dove
prevaleva l'elemento castigliano. L'elemento identitario basco dunque è difensivo,
proprio di un popolo oppresso. L'elemento identitario "padano" invece è proprio
di un popolo oppressore, di quella fetta di italiani cioè che gode di privilegi rispetto
a meridionali e immigrati, e questi privilegi li vuole mantenere. Dunque i bisogni
espressi dalle masse sul terreno nazionale non sono sempre, per noi marxisti,
"buoni". Dipende se il popolo in questione è oppressore o è oppresso. Nel caso
dei Paesi occidentali possiamo dire con certezza che si tratta di popoli oppressori. Sono
cioè popoli che, in misura proporzionale alle diverse classi sociali, godono di privilegi
rispetto alle corrispettive classi sociali dei paesi del Terzo mondo. Più precisamente i
popoli del Nord stanno meglio perché quelli del Sud stanno peggio (vedi Che cosa
è la globalizzazione). Del resto però non tutte le correnti politiche nazionali che
vengono dai popoli oppressi hanno un segno progressivo, il fondamentalismo islamico è tra
questi, come vedremo poi.
Una delle chiavi di lettura della crisi attuale
Il fondamentalismo islamico è una corrente portatrice di un
progetto politico nazionale che fa leva sull'elemento identitario religioso. Non
deve stupire. Anche Israele è nata ed è cresciuta soprattutto intorno a questo elemento
identitario: negli ultimi anni un milione di russi ha potuto acquisire la cittadinanza
israeliana (quando ancora vivono fuori dai confini più di un milione e mezzo di profughi
palestinesi) sulla base di una dichiarazione di appartenenza a quel credo religioso, pur
parlando una lingua diversa, pur avendo perso persino l'uso dell'yiddish. E Israele è
sostenuto da tutto l'Occidente.
Nell'identità di quei popoli l'elemento identitario islamico
si è gonfiato a scapito di altri, quello arabo, quello di classe, ecc. che
sono passati allo stato dormiente. Questa corrente, che è sempre esistita, ha
acquisito forza dopo il fallimento di altre due correnti che erano portatrici di altri
progetti fondati su diversi elementi identitari (il panarabismo e il comunismo, vedi
l'articolo Gli attentati terroristici in USA).
Il successo è misurabile da eventi visibili a tutti: la conquista del potere politico in
Iran e in Afghanistan, la forza crescente in Pakistan, Egitto, Algeria, Turchia,
Palestina, Indonesia. "Successo" significa che, come dicevamo sopra, le idee di
piccoli gruppi hanno incontrato i bisogni delle masse.
Di che natura sono questi bisogni? Abbiamo visto sopra che la
materialità delle identità nazionali e dei progetti politici che ne scaturiscono può
nascere dal bisogno di difendere ed allargare i propri privilegi oppure da quello di
difendersi e resistere al dominio di nazioni più potenti. I bisogni espressi dalle masse
islamiche sono assolutamente tipici di tutti i popoli oppressi.
L'intera regione (Nord Africa e Medio Oriente) è stata disegnata
a piacimento dalle potenze occidentali: hanno tramato per dividere India e Pakistan nel
secondo dopoguerra, hanno spezzettato l'Impero ottomano per assicurare al potere sceiccati
lacché dei vari imperialismi, hanno aiutato nella costituzione dello stato di Israele
nella prospettiva di riuscire nell'intento in cui avevano fallito i crociati: collocare
una colonia occidentale in terra islamica. Sono le potenze occidentali che depredano le
ricchezze petrolifere di quegli stati garantendo al potere governi corrotti e
antipopolari. Per misurare l'ipocrisia occidentale basti pensare che sono considerati
"moderati" Paesi come l'Arabia Saudita che hanno un regime interno del tutto
simile a quello dei talebani, con la stessa negazione per i diritti delle donne, retto da
una monarchia assoluta. Per rimettere sul trono il corrotto re del Kuwait l'Occidente ha
promosso addirittura una guerra.
Negli ultimi dieci anni l'Occidente ha sostenuto un'infinità di
guerre nella regione: quella permanente di Israele verso i palestinesi e gli stati arabi
vicini, quella di tutto il mondo contro l'Iraq che produce la morte ogni anno di una
quantità di persone varie volte superiore a quella delle Twin Towers, e prima quella
contro la Somalia, contro il Libano, le rappresaglie contro la Libia, l'embargo all'Iran.
In assoluto si tratta della regione del mondo più tenuta militarmente sottotiro dagli
occidentali. L'immenso potere occidentale e la sua impunità hanno generato una
frustrazione nazionale, che oggi ha trovato un veicolo nel fondamentalismo
islamico. Esso è portatore di un progetto allettante: quello di una alleanza (abbiamo
visto che un elemento identitario corrisponde ad una proposta di alleanza) vastissima
(tutti i Paesi islamici) contro l'Occidente, al di là delle divisioni linguistiche, o di
interpretazione religiosa (sciiti e sunniti).
Il satollo Occidente e la sua giocosa popolazione viveva sino a
prima dell'11 settembre la propria tranquilla vita di privilegio. Del fatto che ogni
giorno morissero decine di bambini iracheni colpiti dall'embargo (embargo praticato anche
dall'Italia senza che esso sia mai stato contestato nemmeno dai governi di centrosinistra,
Prodi compreso) non importava nulla a nessuno. L'attacco islamico ha fatto detonare una
reazione etnica, tribale: le identità più piccole sono saltate, e l'elemento
identitario dormiente occidentale ha occupato tutto lo spazio. E' stata una
reazione popolare, spontanea, antica. Solo leggendo in piccoli trafiletti relegati nelle
pagine interne è possibile rendersi conto di questa realtà. In tutti gli Usa vi sono
stati decine di attentati alle moschee, vari assassinii di islamici, ecc. Del resto anche
in Italia gli arabi hanno paura a mostrarsi in giro e i loro figli nelle scuole sono
isolati. I giornali si sono scatenati in un unico inno alla civiltà occidentale.
Bush stesso ha parlato di crociata.
Ma dopo qualche giorno le stesse classi dominanti occidentali
hanno dovuto calmierare la reazione etnica popolare (vedi I media italiani e la preparazione della crociata d'Occidente). Bush ha
visitato la moschea di Washington e nei giornali sono apparse le interviste ai
"musulmani buoni". L'Occidente, per ragioni che analizziamo in un altro articolo
(Il dilemma dei forti), non può
permettersi infatti una guerra dichiarata verso l'Islam, perché ciò
comprometterebbe la possibilità di alleanze più vaste, perché l'Occidente è potente,
ma piccolo.
Il carattere reazionario del fondamentalismo islamico
Non tutti i progetti politici che "incontrano" i bisogni
dei popoli oppressi devono avere la nostra simpatia. Il fondamentalismo islamico ne
costituisce un classico esempio: si tratta di una corrente politica che è riuscita a dare
forma al sentimento antimperialista delle masse di quei Paesi, ma non per questo è
meno reazionaria. Giudicare noi, che siamo parte di una nazione che opprime, quale è la
corrente politica che più ci piace dei popoli oppressi, è operazione assai arrischiata.
Vi sono casi meno chiari di quello del fondamentalismo: ad esempio le Tigri Tamil, o il
Fronte Moro nelle Filippine. Noi proponiamo un criterio semplice: queste correnti
politiche sono portatrici di un progetto, esso prevede in sé (cioè è parte costitutiva
di) l'oppressione di altri popoli o soggetti sociali? Nel caso ad esempio della sinistra
basca abertzale certamente no: il suo progetto e la sua pratica in alcun modo prefigurano
una guerra agli immigrati spagnoli (quasi il 50% della popolazione dei Paesi Baschi) e non
a caso la lotta là ha sempre preso la forma di una battaglia tra Madrid e Paesi Baschi,
nonostante i tentativi del governo centrale di scatenare una guerra civile tra cittadini
baschi. Non si può dire lo stesso per alcuni gruppi corsi la cui lotta contro la
nazione dominante francese è sacrosanta, ma che spesso indulgono in atteggiamenti
razzisti verso l'immigrazione maghrebina. Anche il movimento indipendentista scozzese (sia
la sua ala sinistra sia l'SNP borghese) non prevede né pratica alcuna politica di
vendetta antinglese. Non sempre siamo d'accordo con i metodi di questi gruppi, questo è
certo, ma i loro movimenti non sono intrinsecamente reazionari, come invece lo è
il fondamentalismo islamico.
Il progetto fondamentalista islamico infatti è, tanto per
cominciare, organicamente maschilista. La sua proposta non è rivolta a tutti gli
islamici, ma ai maschi islamici, e implicitamente promette loro, oltre alla
liberazione dall'imperialismo occidentale, anche il completo e più arbitrario dominio
sulle proprie donne. Non dobbiamo cadere nello stereotipo razzista secondo cui ciò
deriverebbe da un qualche obbligo coranico. Se prendessimo alla lettera la Bibbia,
obblighi non dissimili spetterebbero anche alle donne cristiane. Il Corano è una
copertura per un attacco nei confronti delle donne, alla stessa maniera in cui la
gerarchia cattolica usa la Bibbia per attaccare i diritti delle donne. Allo stesso modo il
fondamentalismo islamico si propone contro i giovani, e nella lotta generazionale prende
posizione a favore degli adulti. Ciò è particolarmente evidente in Iran: la lotta al
regime non viene dalla classe operaia, ma proprio da giovani e donne. Dato che il
fondamentalismo islamico è contro i soggetti sociali oppressi, non è interessato a
trovare alleanze sociali nei Paesi imperialisti. Per questo "può permettersi"
attacchi terroristici, perché non lavora né spera di trovare alcuna simpatia in nessun
settore di quelle società. Così facendo però si condanna alla sconfitta sullo stesso
terreno da lui scelto: quello militare, dato che nessuno può sperare di vincere una
guerra contro l'Occidente senza alleati sociali al suo interno. La guerra del Vietnam
dovrebbe insegnare qualcosa.
Il fondamentalismo islamico inoltre combatte le rivendicazioni
nazionali interne allo stesso mondo islamico. Quindi è reazionario sullo stesso terreno
nazionale. Dato che là esistono nazioni islamiche che opprimono ed altre, pure islamiche,
che sono oppresse, nei fatti il fondamentalismo si schiera a favore delle nazioni
dominanti del mondo islamico. Così il GIA algerino si oppone alle rivendicazioni berbere,
e ne assassina gli esponenti. Il governo indonesiano a guida islamica prima della sua
caduta non ha fatto nulla a favore del popolo di Aceh. Il regime iraniano ha represso nel
sangue le lotte dei curdi iraniani e nasconde il dominio della nazione persiana sulle
altre, numerose, che popolano il Paese. Così i talebani mascherano il dominio dell'etnia
pashtun sulle altre che vivono in Afghanistan.
Che fare?
Dobbiamo dire chiaramente che una guerra contro il fondamentalismo
islamico è una guerra contro l'islam, dunque un guerra contro i popoli islamici, perché
non si può pensare di fare una guerra a una corrente politica senza colpire il popolo nel
quale essa si trova. Una tale guerra rafforzerebbe enormemente il fondamentalismo,
facendolo apparire alle masse islamiche come la risposta più coraggiosa e radicale al
dominio occidentale. La corrente fondamentalista la si stronca semmai tagliando i ponti
con quei Paesi che indirettamente l'alimentano e che sono alleati dell'Occidente: Pakistan
e Arabia Saudita (l'analisi in Il
dilemma dei forti).
E dobbiamo sabotare la guerra etnica che si prepara nei fatti,
anche se hanno cambiato nome all'operazione ("Libertà duratura" invece di
"Giustizia infinita"). A questa situazione ci si è arrivati solo a causa del
selvaggio dominio occidentale sul Terzo Mondo (e dunque sul mondo islamico che vi
appartiene per intero). Dobbiamo batterci anche contro l'antislamismo popolare della
nostra tribù di appartenenza: abbiamo detto che l'elemento identitario dominante è
determinato in ultima analisi dalla convenienza e da calcoli che i popoli fanno: ebbene da
parte delle maggioranze dei popoli d'Occidente, maggioranze costituite da soggetti sociali
oppressi (anche se in misura minore rispetto a quelli residenti nei Paesi dipendenti),
sarebbe davvero un calcoletto sbagliato immaginare che buttando qualche bomba difendiamo i
nostri piccoli privilegi. In realtà lavoriamo solo per difendere quelli, grandi, delle
classi sociali che dominano il mondo con le loro multinazionali. La difesa di questi
privilegi costerebbe troppo con il passare del tempo ai lavoratori, alle donne e ai
giovani d'Occidente: vivrebbero sempre più circondati da una società militarizzata,
perennemente in guerra, odiata e assediata dal resto dell'umanità. A noi non pare una
prospettiva per la quale valga la pena immolarsi. Che gli oppressi d'Occidente facciano
bene i propri calcoli: se sosterranno la crociata a guadagnarne saranno solo quelli che li
licenziano appena i propri guadagni di borsa ondeggiano. Noi dobbiamo dire chiaramente: a
questa tribù non apparteniamo, l'ascia di guerra la riserviamo per chi ci sfrutta
lasciando cadere per noi qualche briciola dalla mensa insanguinata del dominio imperiale.