SI’, INFLESSIBILI

di Gigi Malabarba

Non ci resterà che occupare le sedi di Cgil, Cisl, Uil se vi sarà, come sembra, la firma del nuovo accordo con Confindustria che generalizza i contratti di lavoro a tempo determinato? E non si dica che c’è una direttiva europea da applicare entro luglio: i sindacati, come di fronte a qualsiasi legge, la possono sostenere o contrastare. In Italia l’obbligo al lavoro notturno per le donne è stato "recepito" senza batter ciglio; in Francia la maggioranza dei sindacati lo contrasta tuttora e c’è chi ne chiede giustamente l’abolizione anche per gli uomini, laddove il ciclo continuo non sia indispensabile (e con adeguate compensazioni in termini di riduzione d’orario e di riposi supplementari per chi deve subire questa violenza).

La sciagura della concertazione, al limite del consociativismo (se si sta barattando, come sembra, maggiore flessibilità per lavoratori e lavoratrici con concessioni sull’uso del Tfr per i fondi pensione gestiti dalle Confederazioni!), finisce con il collocare il sindacato come obiettiva controparte del lavoro salariato. Voi non avete il diritto di togliermi una parte del mio salario differito (liquidazione e pensioni) e per di più fomentare il principale business dei movimenti speculativi di capitale, così come non avete il diritto di dare un ulteriore colpo mortale al contratto di lavoro a tempo indeterminato. Sparirebbero infatti le precise causali che regolano il lavoro a termine, consentendo il via libera ogniqualvolta si determinino "ragioni tecniche, produttive od organizzative" avanzate dall’impresa: ossia sempre! E prolungando fino a tre anni nei fatti il "periodo di prova". L’inibizione del contratto a termine resterebbe solo quando sono in atto riduzioni di personale o in caso di sciopero: forse la desuetudine nei confronti dell’obsoleto conflitto ha fatto dimenticare che già la legge lo proibisce (per ora).

O forse la furbizia sta nel togliere la possibilità a un probabile governo Berlusconi di procedere alla manomissione dello Statuto dei lavoratori (come si ripromette la proposta di legge di Forza Italia), vanificando a priori l’ultimo baluardo contro la libertà di licenziamento: l’art.18, aggirato ormai dalla larghissima maggioranza dei nuovi rapporti di lavoro.

Occorre che tutte le forze di sinistra sindacale che si pronunciarono con nettezza per il No al referendum radicale mettano in campo iniziative, anche con strumenti innovativi, come la costituzione – perché no? - di comitati di Attac nei luoghi di lavoro, in collegamento con aree giovanili. Perché non dar vita a ‘tute bianche inflessibili’, per denunciare e aprire vertenze contro il lavoro precario fatte insieme da lavoratrici e lavoratori occupati, precari e disoccupati?

La flessibilità "buona" resterà nel libro dei sogni se non riusciremo a ricostruire adeguati rapporti di forza, a reintrodurre in sostanza delle nuove rigidità, sia nelle assunzioni (la chiamata numerica, contro le discriminazioni), sia contro i licenziamenti facili. E’ una battaglia oggi comune a tutti i paesi dell’U.E., insieme al rilancio della lotta per la riduzione dell’orario di lavoro e per salari europei proprio a partire dai settori che denunciano scarsa offerta di lavoro operaio. E condivido pienamente l’affermazione del segretario della Camera del lavoro di Brescia, Dino Greco, quando dice che – se fosse un operaio del Sud - non emigrerebbe al Nord per lavorare: abbiamo già dato!

L’assemblea dei precari e disoccupati organizzata a dicembre a Parigi dalla Rete delle Marce europee avrà una traduzione italiana sabato 20 gennaio all’ex Snia di Roma, dove forze sindacali e giovanili, Lsu e movimenti di lotta per il lavoro si incontreranno per riorganizzare le file della battaglia contro la precarizzazione. Bisogna infatti assumere questa problematica e inquadrarla in un progetto di ricomposizione politica e sociale, valorizzando le esperienze più significative e cercando di rompere il loro isolamento. Il compagno Roberto Santi, delegato Cgil degli interinali Ducati di Bologna, promotore insieme alla Fiom di fabbrica degli scioperi riusciti dei mesi scorsi, è uno degli unici due (su 85 lavoratori) a non aver avuto rinnovato il contratto dalla Manpower. E’ stato cioè licenziato per aver costituito una rappresentanza di sei delegati, ora ovviamente scioltasi come neve al sole. Che cosa vogliamo fare?