| 18 DICEMBRE 2001 Si disarticola l'iniziativa verteziale. Mentre Cgil Cisl Uil continuano a fare la voce grossa contro l'attacco all'art.18, si continua a trattare sulla previdenza. L'intervento del Governo sulla previdenza mira di fatto a realizzare almeno 3 risultati:
Una strategia che nel complesso punta ad una definitiva disarticolazione del sistema previdenziale pubblico, introducendo nuove divisioni nei percorsi di raggiungimento del diritto alla pensione e nelle tutele contributive. Una strategia che si articola anche sul fronte del lavoro (libro bianco) dove aumentano le formule e le possibilità di ricorso al lavoro precario. Alla bozza di disegno di legge sulla previdenza (discussa in Consiglio dei Ministri il 12 dicembre scorso), Cgil Cis lUil hanno risposto con un pacchetto di emendamenti (presentati il 13 dicembre) che di fatto assumono come condivisibili una serie di interventi proposti dal Governo salvo sollevare maggiori attenzioni all'utilizzo del TFR a sostegno dei fondi pensione e salvo ribadire una forte contrarietà a politiche di decontribuzione che creerebbero non pochi problemi alla tenuta (già compromessa dalla riforma Dini) del sistema previdenziale pubblico. Il Ministro Maroni affermava condivisibili molte delle proposte emendatarie presentate dai Sindacati ed fa spuntare dal cilindro il coniglio che, secondo lui, potrebbe chiudere tutta la vicenda. La decontribuzione a favore delle imprese ci sarà .... e la pagherà lo Stato Infatti una nuova delega con la quale il Governo vuole accontentare sia le imprese che i sindacati è stata preparata in una notte di lavoro "interministeriale" dai tecnici del Welfare e dell'Economia e poi presentata da Maroni e Tremonti a Berlusconi, il quale l'avrebbe approvata. La novità è che il taglio dei contributi previdenziali dei neo-assunti ci sarà. Le imprese verseranno il 4% in meno di contributi, ma solo per quei lavoratori neo-assunti che decideranno di versare l'intera quota del Tfr nei fondi pensione integrativi in base al meccanismo del silenzio-assenso. Le pensioni dei lavoratori, però, non subiranno contraccolpi. La differenza, infatti, la pagherà lo Stato ricorrendo alla fiscalità generale: l'aliquota di finanziamento delle pensioni, a carico delle imprese, scenderà al 28%; ma l'aliquota di accredito rimarrà al 33%. Questo almeno fino a che non decollerà la previdenza complementare (previsione: cinque, dieci anni). Dopo si vedrà. L'operazione, dunque, ricadrà tutta sulle casse dello Stato. Se tutti i neo-assunti decidessero di finanziare completamente i fondi pensione col Tfr, solo nel primo anno lo Stato dovrebbe sborsare circa 1200 miliardi di lire, destinati ovviamente ad aumentare col crescere dei nuovi assunti e, proporzionalmente, della percentuale della decontribuzione. La scommessa (e l'illusionme) dei tecnici del Welfare e dell'Economia, però, è che le imprese, agevolate dalle nuove misure, assumeranno di più, avviando così un meccanismo che ammortizzerà la spesa statale. Quest'ultima, comunque, sarebbe destinata a diminuire gradualmente nel corso del tempo, fino alla completa sparizione della copertura assicurata dall'Erario alle pensioni pubbliche. Il Governo si dice certo che alle imprese il meccanismo piacerà. Resta da vedere la reazione dei sindacati. La Cisl appare già disponibile (Pezzotta non ha perso tempo a rilasciare una apposita intervista al Messaggero). Uil e Cgil, per ora, riconfermano la preoccupazione sulle conseguenze di questa riforma, che innescherebbe un doppio mercato del lavoro: dipendenti garantiti e costosi su una sponda, neoassunti con meno costi e meno tutele sull'altra. Resta il fatto che il sindacato, tutto dentro alla filosofia dell'intervento Governativo (vedi gli emendamenti sindacali alla bozza di disegno di legge) appare costretto a giocare di rimando, senza una sua strategia di difesa e di rilancio della previdenza pubblica. Dopo lo sfascio dell'accordo sindacale sulla Controriforma Dini l'unica strategia di cui il sindacato sembra capace è quella dello sviluppo delle pensioni integrative (ovviamente pagate con il TFR e non solo). Da notare che tutta questa vicenda è gestita lontanissimo dai lavoratori, che ne sanno ben poco e che non hanno mai dato a nessuno alcun mandato ad andare a discutere della fine che deve fare il loro salario (sia esso sotto forma di contribuzione che di TFR). Come delegate e delegati RSU chiediamo che nessuna trattativa debba continuare senza un mandato preciso dei lavoratori e che nessun accordo dovrà essere considerato valido senza una vera consultazione tra tutti i lavoratori. Anche questo sarà materia di discussione all'assemblea nazionale delle delegate e dei delegati RSU gia' convocata a per il prossimo 11 gennaio 2002 a Milano.
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