Io donna vado in Palestina - secondo gruppo, 9 - 17.12.2000

Resoconto dell'iniziativa (a cura di Sveva Haertter delagata Rsu della SIB di Roma)

 

10 dicembre 2000

Partenza dal Jerusalem Hotel in un pullman organizzato. Durante il percorso abbiamo visto le case bombardate di Beit Jala, l’insediamento di Gilo, altri insediamenti in espansione, e un gruppo di containers. In genere questo tipo di agglomerati danno poi luogo a nuovi insediamenti.

Non abbiamo potuto seguire la strada prevista, dato che era stata chiusa e abbiamo dovuto seguire la by-pass road. Arrivate ad Hebron incontriamo un gruppo di cooperanti italiani e poi tutto il gruppo si sposta all’appuntamento con altri manifestanti. Il gruppo è composto di stranieri residenti in Palestina che lavorano con varie ONG e su progetti di solidarietà di vario tipo.

Prima della manifestazione vistiamo una scuola di bambine e ragazze palestinesi che ci accolgono recitando una poesia, e poi la loro insegnante ci riferisce sulle difficoltà nella frequenza scolastica: questo è solo il terzo giorno di frequenza piena dal 28 settembre scorso. La scuola stessa è rimasta chiusa a causa del coprifuoco e per lo stesso motivo molti bambini hanno diffcoltà a raggiungerla (è circondata da posti di blocco dei soldati e la strada è chiusa da blocchi di cemento). Le bambine ci accolgono con calore e curiosità, una ci mostra un suo disegno che rappresenta l’uccisione di Muhammad, il bambino morto a Ramallah.

Attraversando il mercato raggiungiamo le case di alcune famiglie palestinesi sui cui tetti da mesi si trovano postazioni di soldati israeliani. Le case sono praticamente trasformate in gabbie per proteggere gli abitanti dagli oggetti che vengono lanciati dai coloni. Le famiglie palestinesi residenti nella zona centrale di Hebron ricordano il passato di vicinanza e convivenza pacifica con gli ebrei fino alla fine degli anni venti. Una giovane donna abitante di una delle case ci accoglie insieme alla madre ed a un gruppo di bambini e racconta con tono molto pacato le provocazioni subite quotidianamente per tanti anni dalla sua famiglia che, dice non le impediscono di continuare il proprio lavoro di infermiera e di affermare la sua convinzione di dovere e potere continuare a vivere nella casa della sua famiglia.

Contemporaneamente incontriamo un gruppo di bambini. Ci seguiranno per quasi tutto il resto della giornata. Uno di loro è stato ferito da un proiettile di gomma poche settimane fa, un altro racconta che la notte si sentono gli spari e gli altri più piccoli si svegliano per la paura.

Tornati al mercato poco prima del coprifuoco un uomo anziano ci avvisa che stanno arrivando i coloni (inzialmente un gruppo di tre donne) come tutti i giorni a quest’ora. Inoltre vengono chiuse le strade, aumenta il numero dei soldati e c’è un clima di forte tensione. Una delle donne ci insulta in inglese e poi urla in modo esagitato più volte di seguito "Am Israel Hai" (che viva Israele). L’impressione che danno le donne è quella di un furore cieco. Uno degli insulti a noi è di essere nazisti. Gli uomini che le raggiungeranno hanno un aspetto meno aggressivo.

Siamo rimaste ad osservare ed a filmare diverbi tra coloni e soldati, ogni tanto il gruppo delle donne si lancia contro fotografi e soldati tirandogli dell’acqua con delle bottiglie di plastica.

Ci viene detto, da chi da tre mesi fa attività di interposizione (canadesi della Christian Peace Organization) che la nostra presenza ha notevolmente influito sul comportamento dei soldati che altre volte è stato più aggressivo e provocatorio.

Ci rechiamo in corteo all’ospedale dove ci accoglie un medico che da spiegazioni sulla situazione sanitaria.

Nonostante il disagio siamo bene accolte e accolti: alcuni si fermano a parlarci e molti ci ringraziano.

Rientriamo verso il pullman seguiti dai soldati che ci riprendono con la videocamera.

Dicembre 2000

Cosa abbiamo fatto

Incontro al Ministry of Planning and International Cooperationdella Palestinian National Authority a Ramallah con Zahira Kamal (Gender Planning), Dr. Ahmed Soboh (Director General Assistent to the Minister for the International Cooperation), Samia Y. Bamieh(Director of UN and International Organizations Department). All ‘incontro partecipava anche Abeer (una giovane donna palestinese per la quale le donne in nero si erano mobilitate quando era in carcere.)

Ci viene fatto un resoconto approfondito della storia dei negoziati, profondamente critico della politica di Barak del fatto che qualsiasi proposta di riduzione quantitativa della presenza israeliana sul territorio della West Bank (15% contro l’85% lasciato ai palestinesi) nasconde il dato qualitativo di questa presenza che viene usata in funzione di controllo della vita dei palestinesi, sul modello in atto ad Hebron.

Si rileva la debolezza del processo negoziale totalmente affidato ai capi di governo anziché’ a negoziatori che potrebbero riferirsi ai leaders politici in caso di stallo del negoziato.

Zahira ci accompagna al Abu Raya Rehabilitation Center dove la Patients Friends Society di Ramallah gestisce un ospedale modello di riabilitazione. Nato dopo la prima Intifada, il centro si era specializzato nella riabilitazione dei casi di spina bifida (particolarmente diffusa sul territorio) diventando un punto di riferimento per tutto il medio oriente. Ora cura nuovamente i feriti dell’Intifada, per lo più giovani, e affronta anche, sul territorio, i gravi problemi di mobilità di pazienti e personale.

Si prosegue con la visita alle case bombardate di Beit Jala e all’ostello che accoglie 17 famiglie rimaste senza tetto.

Zahira ci lascia perché’ viene convocata per incontrare la missione "Mitchell" a Gaza.

Raccogliamo testimonianze drammatiche e indignate per essere fatti oggetto, inermi, di un devastante tiro al bersaglio da parte dei militari israeliani. Un uomo, proprietario di una delle case colpite, costruita con 14 anni di lavoro all’estero, rimane a discutere a lungo con noi. Rimpiange di essere tornato a casa dopo un lungo periodo di emigrazione in Sud America, ma si dice determinato a restare. Alla domanda "Che cosa vedi per il futuro?", risponde che una coesistenza è possibile. "Non pensi che i sentimenti di vendetta la renderanno impossibile?" "No, risponde, la vendetta non spetta a me. I morti sono cura di Dio, se vado al cimitero ringrazio i morti che rendono possibile la liberazione…"

Infine incontriamo un rappresentante dell’organizzazione Rapproachment Between People a Beit Sahour che ci racconta la lunga storia di incontri, dapprima segreti, tra palestinesi e israeliani, compresi alcuni coloni "sempre irriducibili, anche se con argomentazioni e sfumature diverse"

Incontriamo anche una giovane architetta di Beit Sahour laureatasi a Venezia con una tesi sulla "urbanistica dell’intolleranza a Gerusalemme". Fissiamo con lei un incontro per il prossimo sabato.

Osservazioni

Centro di Riabilitazione: grande attenzione alla cura del luogo nonostante l’emergenza. Consapevolezza delle difficoltà di reinserimento in mancanza di welfare e servizi domiciliari e conseguente aggravio del lavoro di cura nelle case. Lavorare su una nuova percezione della disabilità nella società palestinese.

Beit Jala. La sproporzione tra i bersagli umani e le loro case e la potenza delle armi impiegate in una strategia di intimidazione e controllo che appare insensata alla popolazione. Una giovane donna che vive in una delle case più volte colpite dice con fierezza che ciò che rivendicano è il diritto di vivere. Qualcosa che non si può più negoziare.

Gli spostamenti sono stati molto difficili perché’, come sempre, I blocchi sono stati molti ed imprevedibili perché’ arbitrari.

12 Dicembre 2000.

Ore 9.30, Visita alla sede di WATC. Ci vengono illustrate le attività dell’associazione: documentazione, stampa di un giornale distribuito come inserto di un diffuso quotidiano locale in 17.000 copie ogni due giovedì, produzione di una serie di 48 brevi video su temi che riguardano la condizione delle donne nella società palestinese, l’assistenza alle donne delle zone rurali, le battaglie legali, la disseminazione sul territorio dei servizi centrali.

Al termine della visita alla sede di WATC ci raggiunge Isslah Jad, del comitato direttivo di WATC, intellettuale, militante, docente di politiche dello sviluppo presso l'Università di Birzeit, che ci dedica quattro ore di accesa discussione, rispondendo alle nostre domande, ricordando episodi della sua vita pubblica e privata, l’amicizia e i confronti con le prime donne italiane che sono venute in Palestina dieci anni fa (tra le altre Raffaella Lamberti e Elisabetta Donini). Riportiamo qui una sintesi necessariamente molto ridotta della conversazione che abbiamo registrato.

Incontro con Isslah Jad

D. Quali sono gli effetti sulla vita delle donne di questa nuova emergenza?

Ci sono delle grandi differenze tra la prima e la seconda intifada anche da questo punto di vista. Le donne, alcune donne, prendevano parte attiva alla prima insurrezione :in questo modo erano diventate improvvisamente visibili. Erano spesso eroine e a volte anche martiri. La cosa aveva cominciato a produrre una trasformazione negli atteggiamentiverso le rivendicazioni dei diritti delle donne. Ora le cose sono diverse. Da una parte il numero dei morti e, soprattutto, quello dei feriti è superiore (anche perché’ le armi impiegate dagli israeliani sono più micidiali ), dall’altra I ragazzi che prendono parte a questa insurrezione sono giovani delle zone più povere che cercano un qualche riscatto in azioni che sono quasi suicide. La popolazione dà sostegno, ma non quella partecipazione diretta che c’era stata nella prima intifada. Le donne ora sono più invisibili anche se, in un certo senso, si richiede loro un impegno più grave, quello della cura dei feriti, delle famiglie colpite, del carico di tensione interna alle famiglie che si produce alla fine di una giornata di umiliazioni in cui ogni gesto, dal recarsi al lavoro all’andare dal medico o a fare la spesa è diventato più difficile.

D. Come rendere visibile questo impegno delle donne, come fare in modo che non si trasformi in una intensificazione della tensione nella loro vita e basta?

Si cerca, dove si può,’ di organizzare la cura collettivamenteanche offrendo rifugi: per questo le organizzazioni di donne ora visitano gli ospedali. Si scrive e si interviene su tutto anche per rispondere a chi ci chiede dove sono ora le donne che nella prima intifada sono anche state martiri.

D. Ecco, su questa questione del martirio, vorremmo capire meglio come vedi le cose

Questo è un pilastro della propaganda israeliana: "c’è qualcosa di sbagliato nella vostra cultura, ci dicono, voi che mandate al martirio i vostri figli…."Ma questa è una manifestazione di razzismo, un modo di interiorizzare l’altro sminuendolo nella sua umanità, una espressione di tribalismo da parte israeliana. Nessuno di noi ama veder uccidere I propri figli: quando si è minacciati e colpiti da un potere smisurato rispetto alle tue forze (per usare un’immagine vera: 28 razzi contro quattro pallottole) allora si attinge a ciò che, nella propria cultura ti può dare forza. Qui c’è anche un problema di linguaggio: violenza è per loro ciò che è resistenza per noi, concessione è per loro ciò che è restituzione di parte di ciò che ci è stato tolto con la forza.

D. Anche in questo ci sono differenze con la prima Intifada?

Sì in un certo senso, perché oggi la sproporzione tra le forze è infinitamente maggiore e si viene colpiti da lontano, ma con mezzi più distruttivi. Oggi siamo nelle nostre case, su quello che dovrebbe essere in nostro territorio, non ci entrano più in casa, ma la disparità è maggiore: per questo dicevo che vedo questi giovani quasi come suicidi. Oggi non sono I soldati che entrando nelle nostre case provocano una reazione diretta. Le divisioni del territorio in zone A, B e C determinano i luoghi e i soggetti dello scontro e desertificano le zone di maggiore attrito.

D. Ma il sostegno popolare è altrettanto compatto?

Sì, al cento per cento. Questa è una peculiarità della situazione palestinese se la si confronta con altre storie di colonizzazione. Qui il colonizzatore non è riuscito a penetrare nella cultura del colonizzato. La cultura egemone israeliana non ha conquistato l’adesione neppure di un minimo strato della popolazione. Io sono di origine egiziana e so che l’aristocrazia egiziana parlava francese o inglese, aveva adottato costumi e valori dei colonizzatori. Qui questo non è successo forse perché’ gli israeliani non vogliono conquistarci o sottometterci, ma eliminarci.

D. Ma quali sono, secondo te, i simboli della cultura egemone israeliana?

È vero che anche all’interno di Israele è difficile individuare una cultura egemone. Ci sono tanti gruppi, ci sono addirittura cittadini israeliani che si scoprono ora non ebrei. Il discorso sarebbe lungo e non spetta a me. Quello che voglio dire è che quando si vuole spostare il conflitto su piano dello scontro fra culture, fra religioni, fra tradizioni diverse si sbaglia clamorosamente, così come si sbaglia quando si crede di poterlo risolvere sul piano psicologico curando la "malattia psichica" dell’odio che affliggerebbe le due popolazioni

D. Quindi non ti convincono le proposte di gruppi di incontro per la risoluzione dei conflitti?

Assolutamente no. Ne ho fatti di questi gruppi: sono splendidi, ti senti bene e stai fra amici. Ma questo mi succede da sempre anche nella mia vita quotidiana, con i miei amici israeliani o ebrei di altre parti del mondo. Non si vuole capire che non si tratta di problemi personali, ma di violazioni di diritti.

Faccio una domanda a voi come europee: perché’ nella storia del Sud Africa non vi è passato per la testa di mettere bianchi e neri in una stanza per favorire la loro "reciproca comprensione", ma invece avete usato altri mezzi: sanzioni, sostegno all’ANC, ecc.? Perché’ con noi siete ossessionati dalla risoluzione dei conflitti e dai gruppi di incontro?

D. Forse perché’ è un modo per mantenere una neutralità rispetto all’ambivalenza ebrei- vittime, israeliani -aggressori.

Sì è così e lo stesso si fa quando si vuole liquidare questa che è una storia di sopruso e di colonizzazione come conflitto tra religioni. Oppure quando si predica un rifiuto generalizzato della violenza (magari come femministe) producendo una rappresentazione indifferenziata delle due parti, rinunciando anche alla verità storica.

D. La verità storica però è proprio un luogo di conflitto

Sì, i nuovi storici israeliani ora scrivono quello ogni palestinese aveva sempre saputo e questo è importante, come è importante che gli ebrei fuori di Israele manifestino il proprio dissenso dalla politica dello stato ebraico.

D. Riportare il conflitto alle sue radici è importante anche per donne?

Enormemente. Ho scritto un articolo di critica alla televisione palestinese quando aveva mostrato le preghiere del venerdì a Gaza in cui si invocava vendetta e martirio: voglio sempre riportare il conflitto alla sua radice di lotta nazionale. Noi donne sapevamo, anche se non lo dicevamo troppo ad alta voce, che c’era un legame profondo tra la lotta nazionale e quella per la libertà delle donne, così come sappiamo che se il conflitto viene rappresentato come lotta religiosa, le donne perdono e anche il popolo palestinese.

C’è anche un’altra cosa: fin dalla prima Intifada, quando si lanciava la parola d’ordine dell’autosufficienza economica e del boicottaggio dei prodotti israeliani facendo appello alle donne per realizzare questo obiettivo, abbiamo sempre detto che questo doveva essere un compito per tutta la nazione.

D. Quale legame allora si può trovare tra noi e voi?

La nostra è una lotta contro una grave ingiustizia è una lotta di libertà…ci sono infinite trappole per voi, che a volte possono impedirvi di vederla per quello che è: ne abbiamo già nominate alcune, ma dobbiamo aggiungere quella delle accuse di antisemitismo a cui si espone chi ci sostiene e chi critica il governo di Israele.

Le donne degli insediamenti per insultarvi vi hanno gridato "naziste", non è vero?

 

13 dicembre, Gaza

Attraversiamo la frontiera di Eretz tra le otto e mezzo e le nove di mattina. Notiamo che siamo le uniche persone a passare in un luogo in cui, tre mesi fa, una continua corrente umana usciva da Gaza verso Israele per recarsi al lavoro. Incontriamo Nayla Ayesh che ci accompagna al Women’s Affairs Center. Subito ci dice delle condizioni di vita insostenibili, del blocco della frontiera che ha alzato enormemente il numero dei disoccupati e aggiunto così alla tensione prodotta dai bombardamenti, dalle morti e dalle distruzioni di questi tre mesi anche un grave peggioramento delle condizioni economiche.

Ci viene mostrato un video, immagini con commenti asciutti e sobri della seconda intifada, dalla visita di Sharon alla spianata delle moschee ai successivi scontri. Le immagini sono eloquenti. In apparenza simili a quelle che sono circolate sulle nostre televisioni, ma c’è in ciascuna qualcosa in più (parole di feriti, commenti di medici, volti) che rende il significato di tutto molto più intenso. Soprattutto si annuncia qui e nella breve discussione successiva il motivo dominante di tutta la giornata: "Chiediamo di essere creduti, chiediamo che si venga a vedere, che chi viene qui con missioni di pace anche ad alto livello vada a vedere e non si limiti a chiudersi in un ufficio tra quattro mura".

Nayla racconta quel che fanno le associazioni di donne in questa seconda Intifada: visite agli ospedali, prima assistenza, visite alle famiglie degli uccisi e, anche, incontri e seminari con le donne per aiutarle a rispondere alle domande dei bambini, alle ansie paure e incubi.

Ecco un’altra differenza dalla prima Intifada: allora non c’era tanta televisione. Oggi le immagini entrano in tutte le case. Allora entravano i soldati nelle case e lo scontro era immediato, diretto, una reazione faccia a faccia; ora entrano più immagini e sono immagini di bombe e missili nelle case, mentre fuori, nelle strade sono i cortei dei funerali e le foto degli uccisi.

Jamal Zakout - membro del comitato politico del partito democratico (FIDA)

Jamal ci raggiunge al Centro e ci parla per un’ora. Dà un quadro politico generale lucidamente pessimista. Espone le vere ragioni di ciò che sta accadendo. Molte di noi lo hanno già ascoltato e letto in Italia. Ma, di nuovo, la possibilità di discutere in un gruppo piccolo ci fa scoprire sempre nuovi aspetti. Riprende il tema dell'inganno di Barak, del suo governare con un occhio più attento a Sharon che non al proprio elettorato, del suo tentativo ricattatorio di mettere i palestinesi di fronte ad un "prendere o lasciare" che copre il dato clamoroso degli avanzamenti continui dei coloni sui territori.

La polarizzazione del conflitto Israele/Palestina corrisponde ad una polarizzazione interna, una "trasformazione della chimica interna della società palestinese". L’indebolimento dell'Autorità Palestinese, la perdita di fiducia, l’incapacità di rispondere ai bisogni reali della gente, l’isolamento e il venir' meno degli aiuti esterni proprio nel momento peggiore.I soldi degli aiuti dei paesi arabi sono depositati alla Islamic Development Bank. Una manifestazione aperta di sfiducia nell’A.P. Lo stesso fanno altri "donatori": aspettano la pace, ma quale, a quali condizioni? Ci pongono di fronte ad un ricatto insostenibile. Intanto la situazione economica si aggrava : non solo la disoccupazione sale al 55%, ma anche i dipendenti del pubblico impiego rimangono senza stipendio. Si salvano quelli che lavorano nelle ONG. Almeno economicamente e per ora, ma pagano questo privilegio con una perdita di credibilità dovuta al loro disimpegno sul terreno della attività politica concreta (magari dopo anni di produzione di analisi e ricerche sul processo di democratizzazione della società palestinese).Si era avviata una relazione tra partiti politici, ONG e alcune "figure oneste" che avrebbe potuto cambiare le cose: ora tutto è retrocesso: le priorità sono cambiate, di nuovo la priorità è la sopravvivenza.

"La nostra posizione sui negoziati è chiara, si riassume in tre punti: 1) non solo USA ( ma anche europei e altri) 2) la risoluzione 242 non è negoziabile 3) garanzie per i rifugiati. Ma chi può fare tutto questo? Forse l’Intifada? Certo che no. Oltre a tutto, in questi giorni vediamo che si sta indebolendo anche se ci sono segni importanti di una riorganizzazione dell'Autorità Palestinese. Ma quale alternativa concreta abbiamo?"

Khan Yunis e Rafiah (zona meridionale della striscia di Gaza)

Avevamo avuto notizia che durante la notte, a Khan Yunis erano stati uccisi quattro soldati palestinesi e feriti cinquanta civili per mano dell’esercito israeliano. Arrivate sul posto, accompagnate dalle donne del Centro, seguiamo il flusso che si avviava verso una strada bloccata da una barriera di sabbia dove, ci dicono, si dovevano svolgere i funerali delle vittime. C’era una enorme ressa e una delle donne che ci accompagnano ci invita a ritirarci, ma decidiamo di proseguire anche per poter documentare qualcosa in più con la videocamera. Pochi passi più avanti sentiamo degli spari e in un attimo tutti ci abbassiamo e cominciamo a correre. In realtà, questo che può sembrare un bollettino di guerra, e chiaramente lo è, lascia perplessi perché’ ci permette di capire che non è paura quello che si prova ma incredulità. Sapevamo tutti che non saremmo stati colpiti ma veniamo inconsciamente portati a svolgere il ruolo che qualcun altro ci aveva assegnato. Partecipiamo, come burattini, a questo gioco perverso tra guardie e ladri dove sono le guardie a stabilire le regole del gioco volta per volta.

Proseguiamo per Rafiah e durante il percorso vediamo lo scempio che si sta compiendo sul territorio. Si alternano zone verdi, tanti ulivi, frutteti e palme, con altre completamente desertificate: alberi sradicati, solchi sul terreno lasciati dal passaggio dei carri armati, strade di attraversamento ad uso esclusivo dei coloni, coloni puntualmente protetti da carri armati per ogni spostamento. I coloni presenti nella striscia di Gaza sono solo poche migliaia e occupano circa il 40% del territorio!

Andiamo a trovare dei contadini, che ci mostrano le loro case distrutte e le tende dove ora si riparano; le serre, ottenute con fondi agricoli, completamente distrutte e quindi debiti che mai più si potranno saldare. Le vedove con numerosi figli e il raccolto è stato completamente distrutto, i canali d’irrigazione tagliati e il terreno colpito a morte dai carri armati. La loro colpa è quella di trovarsi a ridosso della striscia di confine con l’Egitto, sotto il controllo israeliano, e di costituire quindi una "minaccia" per lo Stato di Israele.

In paese, le case sono in parte distrutte dai razzi e le mura ferite dalle mitragliatrici. Ci accompagnano a casa di una delle tante famiglie in lutto, e come tutte le altre, anche questa aveva appeso sulla facciata un grande lenzuolo con la foto della vittima e con il nome e le condoglianze. Ci hanno accolto con emozione e la gratitudine. Ci hanno permesso di filmarli e si sono radunati come per una foto di famiglia. La vedova raccontava in arabo la sua tragedia, e il linguaggio dei suoi occhi e delle sue mani era universale. In quella occasione nessuna di noi ha sentito il bisogno di una traduzione.

14 dicembre

Incontriamo Zahira Kamal nel suo ufficio del ministero della pianificazione e della cooperazione internazionale. Una lunga conversazione nella quale Zahira racconta la sua storia mostrando come si intreccia profondamente con la storia politica della Palestina. Registriamo la conversazione e ne diamo qui, una sintesi molto ridotta e riduttiva.

Zahira è nata in quella che è oggi Gerusalemme Est. La maggiore di 8 tra fratelli e sorelle. Ci racconta immagini della sua infanzia alle quali collega la formazione della sua passione politica. Il trasferimento in Cisgiordania sui carretti, una manifestazione, una bandiera bruciata, una ragazza della sua scuola uccisa dai soldati; e anche la straordinaria fiducia che il padre, le accorda concedendole di andare a studiare all'Università del Cairo, cedendo alla sua determinazione Alla morte del padre, dopo il primo anno di università, decide di continuare gli studi. Al Cairo è rappresentante politica degli studenti e militante della lega araba. Poi, la difficile decisione di tornare nel 68, 24 ore sul ponte del Giordano e la scoperta brutale di quello che sarebbe stato il futuro di umiliazioni e di lotte. Dopo un periodo del lavoro all’UNRWA comincia ad insegnare, dal suo lavoro, per altro, dipende la famiglia. Da un lato l’insegnamento le offre la possibilità di capire da vicino la vita delle ragazze, dall’altro, la gestione della vita famigliare la costringe a trovare un metodo "democratico" di individuazione dei bisogni, di fissazione delle priorità e di distribuzione delle risorse. Impara molto anche nei periodi di prigione: ascoltando e difendendo i prigionieri comuni, le loro storie che, per altro, riflettono le fragilità della società israeliana. Quando è trasferita con i politici legge per sei mesi e discute con le altre.

Anni ’70. I Comitati di Volontari, le prime forme fragili di organizzazione politica. Fanno servizi pubblici (dalla pulizia delle strade al teatro, alla discussione di libri). La costituzione della Federazione delle donne Palestinesi (poi Federazione per l’Azione delle Donne) del Fronte Democratico.

L’impegno è sul fronte delle lotte nazionali e sociali. "Quelle tecniche di partecipazione che ora vengono insegnate nei corsi di "political o leadership skills" noi allora le applicavamo senza saperlo"

L’impegno sociale si amplia alla alfabetizzazione, educazione degli adulti, difesa dei diritti.

Nel ’90, con la prima Intifada, le donne partecipano appieno. Non solo nel lancio di pietre, ma nei programmi di educazione, nella gestione di scuole alternative (quelle pubbliche erano chiuse).

È stata, la prima, l’Intifada dei prigionieri e delle deportazioni (40.000) questa è quella delle uccisioni. Allora le donne si sono trovate ad occupare posti di potere politico. È stata una svolta, ma non si è consolidata. Per questo le donne del FEDA hanno preso l’iniziativa e hanno ottenuto di aumentare la presenza delle donne nei posti direttivi. È stato allora che ci siamo date una nuova organizzazione. Si è creato un centro di Women’s Studies e un altro per la consulenza legale. Sono diventati luoghi autonomi

Dopo Madrid si sono costituiti I Comitati tecnici soprattutto per formare I negoziatori. "Allora c’erano solo 6 donne sul 300. Siamo riuscite a portare questo numero a 66. "In tutto questo periodo Zahira rimane convinta che attività politica deve essere "azione e passione", ma non mestiere.

Dopo le elezioni (alle quali si era presentata ottenendo molti voti, ma senza venire eletta a causa del sistema delle quote che richiede due cristiani ) Zahira si mette a disposizione dell'Autorità Palestinese. Sceglie il posto al Planning e International Cooperation e ora fa " Mainstreaming of Gender policies". Si apre poi la discussione.

Antonella:

Trovo che anche qui il problema centrale per costruire una politica delle donne sia quello del come trasformare una energia domestica in energia politica. Come mostrare che il modo di individuare i bisogni, fissare le priorità e distribuire le risorse utilizzate possono dare indicazioni generali, mostrando, tra l’altro il fatto che le donne si fanno carico della debolezza degli uomini che loro non affrontano in modo politico.

Zahira:

Discutiamo I bisogni delle donne attraverso I rapporti con le ong. Il primo passo del ministero del planning è questo lavoro di inchiesta. Poi ci sono le attività di sostegno, cercare di includere le donne nel welfare, di rendere visibile la loro presenza nel settore informale, di dare loro informazioni. Avviamo piccoli progetti di credito e di sostegno psicosociale. Ma a volte siamo costrette ad arretrare rispetto alle priorità che ci siamo date: per esempio scopriamo in questa seconda Intifada un aumento della violenza domestica in un momento in cui non se ne può parlare.

Gabriella:

Non pensi che qualcosa si sia perso nel passaggio da quella politica che tu hai chiamato di "azione e passione" a questa del "mainstreaming of gender?"

Sì forse questo è vero. Penso che si potrebbe creare un collegamento fra I diversi ministeri su alcuni temi per riprendere vitalità. Vorrei continuare questa discussione anche con le altre donne italiane che verranno. Riprendetela voi in Italia e poi cerchiamo di andare avanti insieme.

Universittà di Tel Aviv: "Testimony" riunione dedicata alla controinformazione

La riunione si apre con la lettura di una poesia dedicata agli alberi di ulivo che viene letta sia in arabo che in ebraico. Tra i primi interviene un esponente di Peace Now, che pur esprimendo una forte critica rispetto alla situazione attuale fa distinzioni tra insediamenti "legali" ed "illegali" ed attribuisce diversi livelli di priorità ai singoli insediamenti. Inoltre le cifre di coloni da lui fornite non includono quelli presenti a Gerusalemme est. Tutti gli interventi che seguono esprimono critiche forti alle sue posizioni.

Ci colpiscono in particolare alcune testimonianze. Una ragazza attiva nel settore dell’assistenza medica che elenca una serie di esempi di partorienti rimaste bloccate ai check points, alcune di loro sono morte di parto, altre hanno perso i loro bambini. La giornalista dell’agenzia di stampa delle Nazioni Unite, che avevamo già incontrato ad Hebron, inizia l’intervento sbattendo sul tavolo della presidenza una serie di grossi bossoli e proiettili; anche una cartuccia di lacrimogeni che, usati dentro le case, hanno provocato la morte per soffocamento di alcuni bambini. Dedica una parte del suo intervento alle case sui cui tetti si trovano le postazioni dei soldati ed alle vessazioni cui sono sottoposte le famiglie ed elenca una serie di esempi agghiaccianti di come sono avvenute le uccisioni di alcuni abitanti, tra cui ci sono anche diversi bambini. Ricorda che la a causa di 400 coloni l’intera popolazione della città pari a 40.000 persone è sottoposta a coprifuoco ed è assediata da 10.000 soldati …Racconta anche che, alla periferia della città, una casa nei pressi dell’insediamento di coloni, è stata ripetutamente attaccata dai coloni che lo scorso fine settimana la hanno occupata e sgomberata impedendo per alcuni giorni il ritorno degli abitanti. Ora sono rientrati nella casa, ma restano esposti alle angherie ed alle minacce dei coloni.

Viene proiettato un filmato degli scontri di Khan Yunis che ci fanno rivivere la giornata durissima trascorsa a Gaza. Sia il filmato che il tono degli interventi che riusciamo a seguire sono molto pesanti ed hanno lo scopo di informare e sensibilizzare i partecipanti, tra cui moltissimi studenti. Tra i presenti ci sono alcuni giovani che per aver usato lo slogan "Barak assassino di bambini" durante una manifestazione, avvenuta pochi giorni fa, sono stati convocati dalla polizia per essere interrogati. Prendono la parola anche una ragazza che segue la situazione del villaggio di Harres e Neta Golan segnala la nostra presenza. Ci viene data la possibilità di fare due brevissimi interventi. Molti si congratulano con noi ed apprezzano l’iniziativa, l’impressione è quella di un fortissimo isolamento della sinistra non ufficiale, della necessità di darle sia visibilità che sostegno attraverso una presenza internazionale.

Concludiamo la serata incontrando uno dei genitori che fanno lo sciopero della fame e che hanno innalzato una tenda, in piazza Rabin, in cui si tengono dibattiti e incontri pubblici e installato un monumento con sagome di cartone dei morti. Ci racconta delle loro attività a sostegno del processo di pace, degli incontri con i genitori palestinesi nella loro stessa situazione. Ci colpisce molto per la sua pacatezza ed il suo equilibrio.

Alcuni dati sull’acqua ottenuti da un idrogeologo conosciuto alla manifestazione di Hebron.

Le fonti di acqua rinnovabili nell’intero territorio sono pari a 2 miliardi di m3, di questi circa 250 milioni di m3 vanno ai palestinesi. Il consumo medio giornaliero di acqua pro capite in Europa è pari a circa 130 litri, in Israele a circa 200 litri. I coloni invece hanno un consumo medio di circa 600 litri al giorno, nella West Bank e a Gaza a circa 60 litri.

In base all’attuale ripartizione dei pozzi, l’88% dell’acqua fornita dalle fonti rinnovabili disponibile in Palestina ed il 75% di quelle presenti nella West Bank e a Gaza vengono usate da Israele. In vista del fatto che la popolazione attuale è di circa 3.000.000 di palestinesi e di circa 6.000.000 di israeliani, ogni israeliano consuma tanta acqua quanta ne consumano quattro palestinesi. Detto in parole povere nelle zone intorno agli insediamenti dei coloni si possono verificare situazioni estreme dove a fronte della mancanza d’acque nelle case dei palestinesi si ha un insediamento con le piscine condominiali.

In particolare nei periodi estivi l'approvvigionamento è difficile e la quantità disponibile può ridursi anche a 15 litri al giorno pro capite (lo scarico di un WC richiede circa 12 litri), dove l’indicazione di un valore medio può anche significare che l’acqua non arriva per un mese intero. Nelle zone rurali la situazione a volte è anche peggiore e non sono escluse né scuole né ospedali, in particolare in alcune zone rurali dove interi villaggi non sono collegati alla rete idrica. A questo si aggiunge che le famiglie palestinesi in genere sono numerose e che quindi i valori medi qui riportati sono più che indicativi …

Si tenta di compensare il disagio con serbatoi situati sui tetti delle case o con cisterne che raccolgono l’acqua piovana. Non a caso i serbatoi sui tetti delle case sono uno dei bersagli dei proiettili che vengono sparati contro le case. Oltre a quelli che abbiamo visto a Beit Jala, ad esempio nel solo campo di rifugiati di Al-Aroub nella zona di Hebron ne sono stati danneggiati circa 200, nella città le cisterne sui tetti delle case dove si trovano le postazioni dei cecchini sono state sporcate dai soldati per renderle inutilizzabili. Sempre ad Hebron è possibile rilevare che gli allacci alle fonti d’acqua che riforniscono i palestinesi sono situati più in alto di quelli che riforniscono i coloni, in modo che questi ultimi risentano di meno della periodica scarsità dei rifornimenti. Molti villaggi soffrono di mancanza d’acqua a causa dei blocchi, date le difficoltà che le autocisterne incontrano per raggiungere i luoghi di rifornimento i prezzi dell’acqua aumentano e non sempre il rifornimento è possibile, le pompe di molti pozzi non sono in funzione a causa della sacristà di carburante, l’accesso a stazioni di pompaggio e pozzi adiacenti agli insediamenti dei coloni è impossibile. Una serie di esempi di situazioni di questo genere nei villaggi palestinesi è stata documentata da ONG attive nel settore.

Il rifornimento avviene tramite tre fonti: l’ente israeliano, quello palestinese, fonti e cisterne adiacenti ai singoli villaggi. Dove avviene tramite l’ente israeliano il costo varia dai 10 ai 13 NIS al m3 a fronte di 1 – 2 NIS per gli utenti israeliani, avviene attingendo a fonti che si trovano all’interno della linea verde.

Infine va detto che le concessioni per nuovi pozzi vanno richieste alle autorità israeliane e il tempo necessario per ottenerle può arrivare a diversi anni. Inoltre tali concessioni possono essere richieste solo nell’area orientale della WB con falde meno ricche e più difficili da raggiungere.

Per quanto riguarda Gaza la situazione è diversa, le falde sono in parte inquinate da acque di scarico urbane ed agricole e lo sfruttamento delle falde sta rovinando l’equilibrio naturale tra acqua marina e acqua dolce provocando un inquinamento delle falde.

Le cifre per la ripartizione della acqua che in base agli accordi di Oslo andavano raggiunte entro cinque anni, a tutt’oggi non sono state raggiunte neanche lontanamente.

Se da un lato la questione dell’acqua ed in particolare quella della "titolarità" delle falde assume quindi un valore politico vitale, senza precedenti nel diritto internazionale, dall’altro è prevedibile che se i blocchi non dovessero cessare prima della fine delle piogge, questa situazione, già di per sé drammatica, diventerà insostenibile.

15 dicembre

Incontro con le donne di Bat Shalom a Casa di Judith Blank

Judith racconta la storia delle Donne in Nero e poi di Bat Shalom. Della formazione dei primi gruppi femministi in Israele e dell’associarsi di alcune donne dirigenti politiche. Passiamo poi alla situazione presente.

Ruth ... è appena tornata da una visita al ragazzo tredicenne ferito ad Hebron dai coloni. Le chiediamo come vengono accolte loro quando visitano le famiglie palestinesi colpite." Dapprima con freddezza, sospetto e diffidenza, risponde, poi si costruisce una relazione e anche fiducia anche perché’ siamo presentate da qualcuno che loro conoscono".

Sul piano delle posizioni politiche di Bat Shalom rispetto alla seconda Intifada, dopo lunghe e tese discussioni, il consiglio direttivo ha approvato la sera precedente un documento che adotta il contenuto del testo prodotto dagli intellettuali palestinesi. I tre punti principali del testo sono: 1) il riconoscimento di responsabilità / culpability/ da parte israeliana. 2) La ricerca di una soluzione per I rifugiati in accordo " con le risoluzioni internazionali rilevanti" (senza menzionare la risoluzione 194), 3) la richiesta di intervento di forze internazionali.

È in atto in Bat Shalom una riflessione sul lavoro degli ultimi otto anni. La pratica del dialogo, degli incontri "People to people" coltivata dal Jerusalem Link sembra oggi una esperienza conclusa e superata. A questa pratica si sono opposte molte donne politiche palestinesi che la consideravano una forma di "normalizzazione" dello status quo. Oggi anche le donne di Bat Shalom ritengono che sia prioritario fare chiarezza sugli obiettivi politici ( a partire da una chiarificazione all’interno dalla propria parte).

Chiediamo se sia davvero inevitabile mettere in contrapposizione il dialogo con la chiarificazione dei temi politici. Ovvero: il dialogo avviene sempre ( o almeno dovrebbe potrebbe avvenire )su temi politici, quindi quando si dice che è una pratica superata, si vuol dire, in fondo, che ora non si vede il terreno per una discussione comune?

Judith risponde che le contraddizioni tra israeliane e palestinesi riemergeranno sempre, che Pango ( la rete delle ONG palestinesi) ha scelto ora una sospensione dei rapporti. Anche loro, le donne di Bat Shalom, hanno deciso di non progettare più attività comuni che potrebbero nascondere differenze e divergenze di fondo. Detto questo, il dialogo degli anni passati è stato utile ad entrambe le società. Ha contribuito a cambiare l’immagine dei palestinesi nella società israeliana, ad intaccare la demonizzazione degli arabi,; I palestinesi hanno forse utilizzato di più il dialogo per raggiungere una conoscenza migliore della società israeliana. Ma il processo di Oslo non ha lavorato su questo piano e ora l’esperienza è "finita per sempre". "Per il futuro pensiamo che non ci possa essere dialogo senza riconoscimento dei diritti. Solo così si potranno riprendere relazioni paritarie."

"La pratica del "people to people" non permette nessuna soluzione politica. Il sostegno internazionale che chiediamo ora è sostegno sulle nostre posizioni politiche"

Ci rechiamo insieme alla manifestazione delle Women in Black che si tiene tutti i venerdì tra le 1 e le 2. Ci sono alcune delle persone che avevamo incontrato nella manifestazione di Hebron e altre/tri della sinistra pacifista. Ci dicono che c’è meno gente del solito e notano anche che c’è meno aggressività da parte di chi passa in macchina. In un lato della piazza ci sono anche un gruppetto di israeliani di destra che forma una specie di "settlement politico" difeso dalla polizia, al punto che, ad un certo punto, minaccia di arrestare Neta Golan. Alla fine ci viene detto che è stata arrestata Thea Semel, poi rilasciata senza essere incriminata. Thea è un avvocata del movimento.

Alla fine della manifestazione andiamo a pranzo con alcuni presenti alla manifestazione ed abbiamo un interessantissima discussione con Jeff Halper, un antropologo che si sta occupando della questione dell’uso delle strade a fini di controllo sociale. È con noi anche una giovane coppia, ci raccontano della loro attività politica e del razzismo presente nella società israeliana.

Al rientro una breve passeggiata nel quartiere armeno della città vecchia. Gira pochissima gente, una calma quasi surreale. Da lontano iniziamo a sentire degli spari, ci rendiamo conto di trovarci nei pressi della spianata delle moschee e torniamo all'albergo in taxi. Nelle strade girano soldati, veniamo a sapere degli scontri nella città vecchia e del fatto che a poca distanza nella strada principale dei ragazzi hanno fatto dei fuochi con i cartoni sparsi sui marciapiedi.