ASSEMBLEA AUTOCONVOCATA DEI LAVORATORI TELECOM

Quelle che un tempo erano le grandi aziende a partecipazione statale - ora privatizzate o in via di esserlo - sembrano seguire un modello standard nel ridefinire i rapporti contrattuali con i dipendenti. E' l'impressione che sorge spontanea guardando i vari comunicati che gruppi di lavoratori del settore delle telecomunicazioni stanno diffondendo. Pochi sanno, infatti, che è in corso una trattativa tra organizzazioni sindacali e Telecom per il rinnovo del contratto nazionale. E ancor meno, sembra, ne conoscono i contenuti.
Ciò che è chiaro, però, è che si sta discutendo su una piattaforma imposta di fatto dalla Confindustria, che propone un menu già visto: riduzione del 20% dei minimi contrattuali (come in ferrovia), orario di lavoro di nuovo elevato a 40 ore settimanali, ulteriore flessibilità dell'orario di lavoro e degli straordinari a seconda delle esigenze dell'azienda, aumento delle quote di lavoratori "flessibili" e precari, riduzione dei giorni di ferie e, infine, doppio regime salariale che dovrà andare a distinguere tra lavoratori
attualmente in servizio e nuovi assunti (come in ferrovia, anche qui). Stessa pappa per il rinnovo contrattuale degli elettrici: anche qui Confindustria detta legge, a fronte di una irrisoria percentuale di dipendenti in sua mano.
Il silenzio che circonda la trattativa - nessuna assemblea ha vagliato le "proposte" in discussione - è stato a malapena rotto da alcuni documenti pubblici diffusi dalle strutture sindacali a livello regionale, e che propongono alcuni minimi "emendamenti" al testo sul tavolo.
La riduzione delle ferie è di due giorni (da 26 a 24). La modificazione dei livelli di qualifica si concretizza nella riduzione a soli 7 (da otto che sono stati fin qui); un punto che non sarebbe neppure visto troppo male, se non si accompagnasse a un sostanziale blocco di tutti i meccanismi di scatto d'anzianità. Il "doppio regime salariale", infine, si materializzerebbe tramite l'istituzione di un importo ad personam per i "vecchi" dipendenti Telecom (che ingloberà la differenza tra minimi attuali e quelli proposti da Confindustria). Ai nuovi assunti, invece, non andrà nulla. Come in ferrovia,
dunque, viene introdotto un elemento retributivo (lì individuale, qui aziendale) che stacca nettamente i lavoratori in due categorie.
Naturalmente, proprio il maggior costo che un lavoratore "vecchio" rappresenta per l'azienda è anche la ragione del tentativo di eliminarlo rapidamente dalla pianta organica. Il lavoratore disegnato da questo tipo di contratto non ha garanzie, difese, carriera, prospettive di pensione adeguata. E ha pure un salario molto basso (1.400.000 nette per 13 mensilità).
Si sta sviluppando l'idea di costruire un argine allo scivolamento all'indietro. Gruppi di lavoratori appartenenti a tutte le sigle sindacali, a titolo individuale o di situazione, si stanno infatti contattando per arrivare a un'assemblea nazionale autoconvocata per sabato 3 giugno, a Roma.
L'obiettivo è quello di individuare i punti di una piattaforma contrattuale nazionale che non accetti il terreno imposto dalla controparte. Una piattaforma, in altri termini, che parte dal contratto ancora vigente (quello del '96, già di suo molto peggiorativo del precedente).
Anche in questo settore tecnologicamente all'avanguardia, dunque, si sta riproducendo quella dinamica di ricostruzione del conflitto sindacale senza di cui, come dimostra ampiamente il dibattito politico sui diritti dei lavoratori, la destra trionfa e la sinistra (da anni impegnata a segare il ramo su cui stava seduta) semplicemente scompare.