LE   RICETTE DEL GOVERNO PER LICENZIARE MEGLIO

E' stata presentata l'ultima iniziativa legislativa sui licenziamenti, ideata dall'ex ministro del lavoro Treu (di Rinnovamento italiano). La proposta di legge, come le altre già presentate, ha il medesimo obiettivo di cancellare l'obbligo di reintegro nel posto di lavoro per i singoli lavoratori licenziati arbitrariamente, senza alcun giustificato motivo.

La proposta Treu riprende la precedente proposta legislativa del senatore De Benedetti dei DS, piu' nota come proposta "Ichino" del 1998.

L'intento non è tanto e solo quello di evitare il referendum dei radicali, che appunto vuole cancellare quell'obbligo tramite l'abrogazione dell'art.18 dello Statuto dei lavoratori - "i tempi sono molto stretti" - ma di essere già pronta per "il dopo".

Esattamente quello - il "dopo" - da cui devono guardarsi tutti i lavoratori salariati, che mentre giustamente lottano contro il referendum radical-confindustriale, rischiano di essere poi fregati dai presunti amici, che allignano un po' ovunque in sindacati e partiti di "sinistra".
A presentare la proposta assieme a Treu, oltre a Lombardi e Pinza del Ppi, c'erano Fumagalli (Sdi), Testa (Democratici), e dei Ds Michele Salvati (firmatario assieme a Chiamparino), il quale ha dichiarato che lui non rappresenta il partito dei Democratici di sinistra "ma una sua parte significativa" sì, e ha aggiunto: "Sono certo che il presidente del consiglio non ha nulla in contrario alla costituzione della seconda gamba di centro".


Ecco i giochi e i giocatori che tramano dietro la questione del referendum! Il nocciolo della proposta è evitare il ricorso al giudice e rafforzare, "con incentivi", un arbitrato extragiudiziale per i casi di licenziamento illegittimo - si punta anche a ottenere il silenzio-assenso del licenziato - e in ogni caso, si prescrive che sia l'"arbitro" o il "giudice", a propria "discrezione", a scegliere se chi è stato buttato fuori dal lavoro
arbitrariamente deve essere reintegrato o subire il sopruso dietro pagamento
di un "risarcimento".
Cadrebbe così ogni difesa per il singolo o la singola della propria libertà di parola, del diritto di associarsi, di ribellarsi, di rivendicare condizioni di lavoro accettabili, di pretendere la sicurezza per la propria salute, nel luogo di lavoro: il ricatto del possibile licenziamento senza "motivo" sarebbe infatti un'arma di ritorsione nelle mani del datore di lavoro.

04 Marzo 2000