PROPOSTA CONTRATTUALE PER IL SETTORE ELETTRICO

(RdB Energia - Cobas Energia - SinCobas)

PREMESSA

Le organizzazioni di base dei lavoratori elettrici in collegamento con diverse strutture RSU hanno fin qui rappresentato l’opposizione al processo di liquidazione del sistema elettrico pubblico in Italia. Numerosi sono stati gli scioperi e le iniziative di lotta promosse a cui hanno partecipato una parte consistente dei lavoratori coscienti della perdita rappresentata dalla privatizzazione dell’Enel.

La privatizzazione non discende dalla pur contestata "liberalizzazione del mercato elettrico europeo", che ha esposto finora solo l’Enel ad un drastico ridimensionamento e al subentro in Europa del monopolista franco-tedesco a cui è permesso di fare continui acquisti di aziende elettriche in Italia, senza alcun obbligo di reciprocità. La distruzione dell’Enel come azienda unica integrata è stata la scelta politica, condivisa dalla quasi totalità del quadro politico italiano, di utilizzare la liquidità dell’Enel (l’introito delle bollette) per ridisegnare l’assetto capitalistico come già avvenne nel ’63 con la nazionalizzazione.

Non si capirebbe altrimenti perchè nè in Parlamento, nè nelle istituzioni non c’è stato alcun contrasto reale all’uso improprio dei soldi delle bollette serviti per gli acquisti più spregiudicati - dai telefonini ad internet, dall’acquedotto pugliese alle reti del gas, dalle azioni Rai alla Sisal (Enalotto/Totip) - mentre al contempo l’Enel tagliava gli investimenti per l’energia elettrica (potenziamenti, manutenzioni, ambientalizzazione) tanto da far dire che "l’Enel non ha più il cuore nell’Energia"!

Le politiche liberiste sono del resto finalizzate alla sola applicazione nei confronti dei lavoratori e degli utenti a cui vengono fatti pagare i costi del permanente assistenzialismo con cui lo stato finanzia la diversificazione capitalista. Così il denaro pubblico delle bollette elettriche serve a far decollare nuove e molteplici imprese, destinate infine ad ingrassare le fila degli speculatori e il profitto privato. Da qui si capisce il perchè le bollette elettriche, nonostante la privatizzazione, non diminuiscano : anzi, il governo D’Alema, con il Decreto Interministeriale sugli "Stranded Cost" ha messo una tassa supplementare per finanziare il processo di ristrutturazione capitalistico.

Con la privatizzazione l’energia elettrica da "bene di pubblica utilità" diviene "merce": l’utente perde il diritto alla tariffa unica e alla fascia sociale, mentre subentra il principio del "chi consuma di più paga di meno", concetto che nello specifico settore elettrico contravviene all’indispensabile risparmio energetico ai fini economico-ambientali e a favore degli strati meno abbienti della popolazione. Con la privatizzazione viene meno anche la qualità del servizio, in quanto lo spezzettamento societario, l’esternalizzazione, l’appalto diffuso nei servizi a rete sono di per sé un disservizio. Il coordinamento delle attività in un servizio a rete è tanto più difficile quanto più è segmentato: se gli uomini dipendono da una società, i materiali e i magazzini da un’altra, gli automezzi sono in appalto.... E’ il caos, che già viene vissuto quotidianamente, figuriamoci durante le calamità "naturali" che colpiscono il Bel Paese!

La battaglia contro la privatizzazione continua, non fosse altro perchè il marasma in corso provoca:

  • per gli utenti, un aggravio che vogliamo colmare con le lotte per il mantenimento della Tariffa Unica e il rafforzamento del servizio pubblico ;
  • per i lavoratori, effetti distorsivi, tra cui i 20.000 esuberi programmati e piazzati nella SFERA, "società per la rottamazione umana" ; effetti penalizzanti, tra cui i 5000 ceduti ai privati per i quali ci batteremo per far applicare la clausola sociale del rientro in Enel in caso di perdita del posto di lavoro.

La volontà di proseguire la battaglia contro la disintegrazione del servizio elettrico pubblico nazionale ha ragione di esistere e di svilupparsi ulteriormente, alla luce della "stagione contrattuale" apertasi in questa fase (e a ben più di un anno dalla scadenza dei contratti collettivi di lavoro del comparto elettrico) proprio perché le "direttrici padronali" e le "direttrici sindacali" convergono sul pensiero unico della liberalizzazione e privatizzazione ad ogni costo.

Infatti, la politica governativa rispondente alle sole esigenze padronali e richiamantesi ai principi e ai metodi decisionali presi a livello extra-nazionale, mostra nella sua brutalità proprio lo scopo precipuo di abbassare ulteriormente il livello di forza contrattuale dei lavoratori, servendosi – e non è cosa da poco – della subalternità alla politica liberista delle forze sindacali concertative che si apprestano ad ulteriori e più pesanti scambi con le controparti padronali (leggi: Fopen, Arca, Fisde, Azionariato, Sfera S.p.A., ecc…); si badi bene, scambi in cui non è previsto affatto che i lavoratori nel loro complesso contino e valgano di più.

Non a caso alla Confindustria, che rappresenta solo il 2% del Comparto Elettrico, è stata data delega da Enel e Federelettrica (che rappresentano insieme il 98%) di condurre la trattativa per il contratto unico, al fine di cogliere il risultato della massima riduzione del costo del lavoro. L'obiettivo più volte dichiarato dalla Confindustria è di avere come punto di riferimento per il contratto unico degli elettrici il contratto metalmeccanico: contestiamo nettamente questo approdo, intendendo riportare nella sede naturale Enel-Federelettrica il tavolo contrattuale avendo come base di partenza per il rinnovo del contratto quanto già acquisito dal Contratto Enel.

Non devono essere considerati incidenti di percorso l'accettazione del tavolo confindustriale da parte dei sindacati governativi e le rivendicazioni contenute nella loro "Piattaforma per il contratto di settore". Confindustria e Contratto di settore sono la logica conseguenza per chi ha accettato la privatizzazione, la flessibilità e precarietà del lavoro, il cui risultato primario è la perdita della contrattualità generale, stante lo sbriciolamento dei lavoratori in una miriade di società che prospettano una miriade di forme contrattuale diverse.

Il contratto di settore non va quindi "letto" come un contratto unico valido per tutte le tipologie professionali esistenti all’interno del comparto bensì, esso vuole essere la CHIMERA (nel senso della mitologica bestia sommatoria di tanti animali reali presi ognun per se’) alla quale, pezzo per pezzo, riservare TRATTAMENTI E CONTRATTUALITA’ DIVERSI, in concorrenza tra loro, ed in cui l’architrave comune a tutti è l’ulteriore riduzione del salario globale e delle normative più garantiste per i diritti dei lavoratori.

Da questo punto di vista la richiesta dei sindacati governativi di "ritoccare" della legge 146/90, che già regolamenta (e restringe, nel nostro settore) il diritto di sciopero, non può trovare altra spiegazione se non nel limitare al massimo (o impedire del tutto?) tale diritto residuale: in questo modo, ad una classe lavoratrice "sezionata" in tante specificità si vuole addirittura impedire qualsiasi possibilità di collegamento e rivendicazione su obiettivi e basi comuni di lotta: quello che già oggi è difficile, domani diverrebbe impraticabile, in virtù dell’ulteriore limitazione di questo diritto fondamentale.

Nell'accingerci a presentare la Piattaforma di Base per il Contratto Unico dei Lavoratori Elettrici, i lavoratori apprezzeranno lo sforzo delle Organizzazioni di Base di dar vita ad un percorso di ricomposizione conseguente alla sfida contro la privatizzazione e alla diffusa richiesta di tutela dei diritti e del potere contrattuale dei lavoratori.

 

RELAZIONI INDUSTRIALI E ASSETTO CONTRATTUALE

La costante diminuzione dei salari in Italia rispetto al quadro europeo dimostra il totale fallimento delle politiche di concertazione. L’idea di fondare l’intero assetto contrattuale sulla moderazione rivendicativa ha infine prodotto solo un netto peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, i quali, pur pagando il costo di un rientro dall’inflazione, hanno dovuto assistere ad un gigantesco trasferimento di risorse dai salari verso i profitti e le rendite. Il tutto senza alcun beneficio sul piano occupazionale e con un costante cedimento di diritti e tutele.

 

E’ conseguente che per questa strada i contratti nazionali perdano di rilievo, divenendo solo una cornice vuota per imporre flessibilità. Così, mentre i sindacati governativi con uno scambio politico entrano nei CdA dei fondi pensione, dei fondi sanitari e delle associazioni di azionisti, ai lavoratori resta da combattere ogni giorno con un padronato sempre più esigente, determinato a riprendersi le conquiste del passato.

Il settore elettrico sotto questo aspetto non fa eccezione e al continuo arretramento delle organizzazioni sindacali - tutte impegnate a definire formalmente gli ambiti di "interlocuzione" con le controparti - corrisponde uno conflitto reale sui posti di lavoro che vede i lavoratori del tutto impreparati. In questo senso le R.S.U., oltre a presentare una debolezza costitutiva, rischiando di venire schiacciate tra gli enormi problemi locali e una mancanza di strumenti adeguati allo scontro. E’ necessario allora attrezzare la categoria ad un conflitto che comunque, col procedere delle privatizzazioni, sarà imposto dalle aziende, contrastando la linea di compromesso e di cogestione che prevale oggi in campo sindacale.

 

 PARTE ECONOMICA

Quanto accennato nel paragrafo precedente ha un diretto riscontro con l’insufficiente tutela economica offerta ai lavoratori. Gli alti profitti (oltre 5.000 miliardi all’Enel solo nel ‘99) e gli aumenti di produttività registrati, oltre al drastico taglio degli organici nella maggiore azienda del settore, rendono infatti inaccettabile la filosofia imposta dalla concertazione. La riconferma della durata quadriennale del contratto nazionale, con un rinnovo economico biennale ancorato ai tassi di inflazione programmati, suona ormai come una vera provocazione con una trattativa ancora da avviare dopo più di un anno dalla scadenza (è la tragica realtà per tutti i comparti) e aumenti che nella migliore delle ipotesi - anche contando il recupero del differenziale di inflazione pregresso - saranno intorno all’1,5 % (il tasso di inflazione programmato negli anni ‘99-2000) a fronte di un aumento reale del costo della vita che attualmente è attestato sul 2,2 % su base annua.

Gli aumenti proposti non riusciranno a seguire il costo della vita né serviranno a coprire le uscite per la contribuzione ai fondi pensione (1,35 % della retribuzione più il 30-40-100 % del TFR per il FOPEN).

Aumenti sempre più necessari, tenuto conto che negli ultimi contratti sono stati soppressi i "livelli salariali" di categoria, di professionalità e i supplementi parametrici" e considerando che gli aumenti sul minimo sono fermi al '97 a causa della famigerata UNA TANTUM che incombe tuttora per l'arretrato del '99 e anche sul 2000.

L'aumento che intendiamo ottenere è pari all'EQUIPARAZIONE DEL MINIMO SALARIALE EUROPEO DEI LAVORATORI ELETTRICI (ALMENO 200.000 LIRE in più).

Nel contratto unico VANNO GARANTITE A TUTTI I LAVORATORI LA 13a E LA 14a, e inoltre il sostegno economico per "Trasferimenti / Traslochi – Trattamento cantieristi – Preavviso/Trattamento di fine rapporto – Assegno di nuzialità – Rimborso spese vitto/viaggi – Vestiario" e quant’altro già previsto dal contratto Enel.

 

PRODUTTIVITA’ - PREMIO DI PRODUZIONE

Secondo la politica dei redditi il salario dovrebbe crescere allo stesso tasso degli aumenti di produttività, ma è difficile credere che questo sia accaduto nel settore elettrico. In realtà agli eccezionali indici di produttività conseguiti (fra tutti gli utenti forniti per dipendente) non ha fatto riscontro una adeguata attribuzione di risorse al corrispondente istituto contrattuale (circa 112 miliardi annui complessivi nell’ultimo contratto).

Oltre a rivendicare un aumento di risorse impiegate occorre però evitare uno sbilanciamento sproporzionato in favore di queste voci. In altre parole, la parte maggiore degli aumenti salariali collegati all’aumento di produttività devono essere strappati nella trattativa per il contratto unico degli elettrici, con integrazione dei minimi: solo così si può tenere unita la categoria, evitando che l’eccessivo peso della produttività a livello aziendale spezzi i legami solidaristici con i lavoratori delle imprese concorrenti.

Va dunque confermato quanto già acquisito sotto la voce "Premio di Produzione" da erogare a tutti i lavoratori in cifra unica nel mese di Aprile, per l'importo pari alla formula kW venduti/numero dipendenti.

Inoltre, per quanto attiene alla produttività di unità, gli importi economici devono essere attribuiti a tutti i lavoratori, respingendo al contempo la diffusione di forme di incentivazione individuali.

 

MERCATO DEL LAVORO

Le "nuove" forme di lavoro e di avvio all’occupazione (lavoro a termine e interinale, part-time, contratti di formazione e lavoro, apprendistato) - introdotte dalla legislazione in nome della lotta alla disoccupazione - rappresentano in realtà "vecchissime" forme di sfruttamento praticate dal padronato che da sempre se ne serve per avere forza lavoro a buon mercato, ultra-flessibile, ricattabile e con meno diritti. In tal senso il Governo ha semplicemente soddisfatto le richieste di Confindustria, affiancato dai sindacati governativi secondo cui qualsiasi schifezza va bene purchè regolata da un accordo. Coerentemente con questa impostazione Fnle-Flaei-Uilcem si apprestano a recepire dette disposizione nel contratto di settore - come già fatto con Federelettrica e Federgasacqua - in particolare per regolamentare l’utilizzo del lavoro a termine e interinale, ben sapendo che solo raramente questo sarà destinato a mansioni e professioni di tipo innovativo non disponibili e che fatalmente servirà alle imprese per rispondere alle più svariate esigenze di flessibilità, oltre che per coprire carenze di organico anche di basso livello. Basta guardare in tal senso proprio all’accordo firmato con Federelettrica che permette l’uso di lavoratori a tempo fino all’8 % del totale degli occupati, escludendo il suo utilizzo solo per le qualifiche inquadrate nelle categorie C1 e C2. E facile intuire che per questa via si determinerà una forte pressione competitiva con i lavoratori a tempo indeterminato che saranno costretti a scegliere tra meno lavoro o meno diritti.

Per quanto detto occorrere impedire l'utilizzo di questi lavori atipici nell'esercizio dell'attività elettrica, anche tenuto conto della particolarità di impianti ad alto rischio i cui lavoratori addetti meritano un intenso percorso formativo a lungo termine e la capacità di relazionarsi in gruppi omogenei di difficile intercambiabilità.

 

APPALTI

Gli appalti sono una piaga. Non costituiscono una maggiore occasione di lavoro al di fuori dell'Enel, a meno che per lavoro non si intenda al nero, precario, sottopagato.

Partendo da queste considerazioni, riaffermiamo che il cosiddetto core business, ossia l'attività centrale dell'ENEL, deve essere TUTTA all'interno dell'azienda, in quanto unica garanzia per la qualità del servizio, il rispetto della sicurezza, la dignità dei lavoratori.

Dal 1990 abbiamo assistito allo scorporo, detto societarizzazione o terziarizzazione, delle attività principali e secondarie del settore elettrico: miriadi di piccole ditte si sono succedute per dividersi il boccone che l'ENEL metteva a disposizione. La regola è stata ed è l'appalto al ribasso, il subappalto.

Ditte che spesso esistevano solo sulla carta, assumevano lavoratori al nero senza che l'ENEL esercitasse il minimo controllo. L'ENEL ha progressivamente appaltato, le attività di scavo - su guasto e programmate -, il rifacimento cabine, i giunti, le colonne montanti, i centralizzati e ora anche l'attività di lettura contatori.

Ribadiamo che le attività inerenti il servizio elettrico e la commercializzazione dell'energia non devono essere esternalizzate, inglobando piuttosto le attività in appalto. Inoltre va fatto espresso divieto di conferire e mantenere appalti a ditte che non corrispondano ai lavoratori quanto previsto dai contratti e le tutele sanitarie, previdenziali, di sicurezza sul lavoro nonchè i diritti sindacali previsti dalla legge.

 

ORARIO

Sono 25 anni che la discussione sulle 35 ore settimanali attraversa il dibattito sindacale e politico, senza riscontri concreti per i lavoratori. Al contrario, in luogo dell’originario obiettivo della difesa e dello sviluppo dell’occupazione, le limitate proposte di riduzione d’orario sono via via diventate il grimaldello per imporre nuova flessibilità. Occorre rigettare questa impostazione e ribadire la necessità di una forte riduzione d’orario generalizzata a parità di salario, da realizzare in questa tornata contrattuale, tanto per restituire tempo di vita a fronte dell’allungamento della vita lavorativa imposto dalle controriforme pensionistiche, che come strumento funzionale alla tenuta occupazionale, alternativo alla politica degli esuberi e degli esodi incentivati.

L'obiettivo è il raggiungimento delle 35 ore a parità di salario, già conquistate per legge dai lavoratori francesi e rivendicata dai lavoratori tedeschi, spagnoli, scandinavi.

Sotto questo profilo appare significativo quanto realizzato dall'Ente Pubblico francese per l'Energia Elettrica - EDF (35 ore più migliaia di assunzioni) considerando anche che il settore elettrico presenta caratteristiche ottimali per praticare riduzioni d’orario, sia per la bassa incidenza del fattore lavoro che per le eccellenti condizioni economiche delle imprese locali e nazionali.

L'orario in vigore nelle ex-municipalizzate è già di 36 ore, quello in Enel è di 38 (fermo da 10 anni) e solo per gli autoproduttori è di 40 ore (ma sono il 2% del totale elettrici): dunque, l'obiettivo delle 35 ore è approcciabile e anche a costi contenuti.

Diversamente da questa linea di ragionamento sindacati governativi e padronato sono intenzionati a confermare la cosiddetta "flessibilità multiperiodale" e a introdurre la "banca delle ore", strumenti che rischiano una rapida diffusione per la flessibilità e la convenienza che garantiscono alle imprese. E’ nostro parere, invece, che a fronte di particolari esigenze operative sarebbe allora più opportuno tenere a riferimento la vecchia normativa sulla "sperimentazione di orari differenziati" (Capitolo aggiuntivo all’art. 2 - C.c.l. 21.02.89), sparita dal contratto, in modo da tenere insieme riduzione d’orario, assunzioni e giusta ricompensa per i lavoratori.

In ogni caso appare evidente che nei prossimi anni, con l’avanzare dei privati, la questione dell’orario sarà sempre più utilizzata per imporre un maggiore sfruttamento. Per questo è necessario che ogni intervento isulla distribuzione degli orari aziendali sia definito solo a valle di una contrattazione locale - condotta delle R.S.U. - in modo tale che ai lavoratori venga restituito il potere decisionale scippato dal precedente contratto e attribuito alle controparti.

 

STRAORDINARIO

Ad un impegno contrattuale in favore delle 35 ore, generalizzate a tutti i lavoratori e finalizzate alla tenuta occupazionale, occorre affiancare un’azione di controllo degli straordinari, che non vanifichi di fatto la conquista della riduzione della giornata lavorativa.

Qualora non si raggiunga la riduzione d'orario, vanno comunque respinte le proposte tipo "banca delle ore del lavoro straordinario" che graverebbero solo sul lavoratore, con il paradosso che probabilmente esse spingerebbero ad un maggior ricorso al lavoro straordinario in ragione dei minori costi per l’impresa.

Siamo assolutamente contrari a stabilire tetti di ore programmate mensili/annuali: se proprio si vuole scoraggiare il ricorso al lavoro straordinario bisogna invece renderlo più costoso per l’azienda, attraverso penalità contributive o per mezzo di percentuali di maggiorazioni retributive orarie crescenti al crescere dello straordinario.

 

TURNO

Il giudizio negativo sulla revisione della normativa turnisti, che ha di fatto cancellato lo status di turnista, è pienamente riconfermato. Per questo occorre introdurre elementi correttivi che svincolino una parte della indennità dalla presenza, facendo notare che i cambiamenti introdotti hanno prodotto una maggiore gravosità lavorativa e un più marcato potere discrezionale dell’impresa. Emblematico in questo senso è il mancato rispetto delle scalette di intervento, con l’imposizione sistematica ai lavoratori di prestazioni nel giorno di riposo - e relativa penalizzazione economica soprattutto per gli di interventi domenicali. Su questo occorrerà intervenire.

Nell’ambito di una riduzione d’orario generalizzata andrà poi riconosciuta ai lavoratori turnisti una ulteriore diminuzione, soprattutto per il personale delle centrali di produzione, anche per l’aumento dei carichi di lavoro e dell’età media. Per gli stessi lavoratori giornalieri ribadiamo la totale contrarietà alle ipotesi di ristrutturazione avanzate, indicando proprio nella riduzione d’orario - oltre che nel turno a sei - la strada per la conferma degli organici attuali già ridotti per la frequente mancata ricopertura delle posizioni.

Nessuna penalizzazione dovrà intervenire per l’armonizzazione dei trattamenti in vigore nei diversi contratti, mentre dovranno essere previsti meccanismi di salvaguardia adeguati per la "sospensione attività impianti", da rendere comunque meno agevole per le aziende.

 

INDENNITA’ - REPERIBILITA'

La normativa in materia di indennità dovrà essere pienamente riconfermata, respingendo i probabili tentativi di trasformare alcuni istituti in trattamenti "ad personam".

Per la reperibilità andrà ribadito l’attuale sistema finalizzato ad interventi di emergenza e di breve durata, impedendo che il pretesto della "polivalenza" permetta alle imprese di imporre squadre miste con rilevanti conseguenze in termini di sicurezza dei lavoratori.

 

CLASSIFICAZIONE DEL PERSONALE

Nel precedente contratto OOSS ed Enel hanno stabilito di pervenire ad un nuovo sistema di classificazione basato su "polivalenza", "riduzione dei livelli di inquadramento" e "differenziali individuali", questi ultimi da finanziare magari attraverso la deindicizzazione di altri istituti contrattuali. Appare chiaro come un simile progetto non solo regalerebbe all’azienda un forte potere ricattatorio, oltre che una elevata flessibilità di gestione del personale, ma comporterebbe anche una penalizzazione di professionalità acquisite. Senza contare i problemi connessi ad una diffusione della polivalenza, soprattutto in termini di sicurezza sul lavoro che le imprese tendono ad ignorare o a trattare in modo burocratico.

Siamo ancora in tempo per impedire questa operazione, puntando alternativamente alla specializzazione nonché ad un sistema di inquadramenti che cominci col riconoscere l’innegabile crescita professionale che - con avanzamenti di carriera praticamente bloccati, taglio degli automatismi ed evoluzione impiantistica - si è concretizzata negli ultimi anni.

In questa direzione proponiamo l’eliminazione generalizzata degli inquadramenti C2, C1 e CS, con la definizione di un meccanismo automatico di attribuzione fino alla categoria B1s, con conseguente accorciamento della scala parametrica che solo formalmente - in ragione dei livelli di funzione e degli emolumenti riconosciuti alla categoria "quadri" - è attualmente fissata a livello 100- 356.

 

TUTELA DELLE CONDIZIONI DI LAVORO

Nel contratto unico dei lavoratori elettrici va innanzitutto recepita per intero e aggiornata la normativa del contratto Enel relativa a "Ambiente di lavoro – Tutela delle condizioni di lavoro – Assicurazione".

Nella fase attuale dominata dai processi di privatizzazione, flessibilità e precarietà del lavoro, la messa in sicurezza degli ambienti e dei macchinari diventa per il padronato un costo da evadere con ancora maggior sotterfugi, anche di fronte alla ben nota carenza delle attività di controllo da parte degli organi preposti, Ispettorati del lavoro, Ispels, Inail.

Oltre 2000 morti l’anno a fronte di un milione e mezzo di infortuni – ben 20 morti, oltre 200 incidenti solo nel ’99 – testimoniano che il posto di lavoro e il ciclo di produzione non sono a norma, eppure la legislazione italiana non è tra le più arretrate. Riteniamo che sull’argomento sicurezza si debba pretendere e ottenere di più, specialmente ora che società e padroni si "moltiplicano e dividono" allo stesso tempo. Il dlg 626/94 e la normativa associata debbono diventare egualmente esigibili, a partire dal proprio posto di lavoro, in tutte le sfere della vita quotidiana.

Di amianto, elettrosmog, Pcb, SO2, Nox, aromatici, polveri, rumori… sono contaminati gli impianti e le apparecchiature elettriche, e dunque anche i lavoratori che vi operano senza che i datori di lavoro muovano un dito per il risanamento attrezzando monitoraggio e bonifica e senza corrispondere ai lavoratori ammalati o morti (ai loro parenti) lo status di malattia professionale e il risarcimento adeguato.

Continueremo a batterci per una mappatura e certificazione ufficiale di tutti i rischi connessi all’attività elettrica, con il relativo riconoscimento automatico delle nuove malattie professionali, senza il bisogno di un curriculum e delle lunghe cause individuali. M al battaglia più impegnativa è quella della bonifica che i datori di lavoro si ostinano a dilazionare e rifiutare, anzi scorgiamo un arretramento ad esempio con la riattivazione di posti di lavoro dentro le cabine primarie (non presidiate) e altri luoghi a rischio elettrosmog.

Le strutture RLS anche se formalmente elette su base democratica risentono nella loro opera di tutela dei lavoratori di condizionamenti troppo forti da parte dei datori di lavoro e delle sigle sindacali.

Al fine della tutela della sicurezza del lavoro necessita:

  • adeguati stanziamenti da porsi a carico dei padroni per la formazione ricorrente dei lavoratori in generale e degli Rls in particolare;
  • ampliamento delle ore mensili a disposizione degli RLS per lo svolgimento della propria funzione;
  • ulteriori prerogative di intervento tali da impedire che la giurisdizione degli RLS di uan qualsiasi unità produttiva si fermi al perimetro della stessa unità;
  • l’obbligo da parte dei padroni di riconoscere il coordinamento tra le varie strutture RLS

 

NORMATIVA SOCIALE ESSENZIALE

Per quanto concerne le tutele relative a " Malattia / Malattia oncologica / AIDS– Ferie – Permessi – Aspettativa – Diritto allo studio / Spese di istruzione . Pari opportunità – Mense – Lavoratori sottoposti a procedimento penale – Assistenza legale nei procedimenti causati nello svolgimento del lavoro – Portatori di handicap – Alcolismo / Tossicodipendenze – Volontariato" vanno recepite e aggiornate le norme già contenute nel contratto Enel.

 

FONDO PENSIONE COMPLEMENTARE

Ribadiamo il rifiuto dello smantellamento della previdenza pubblica inteso a favorire il business della pensione integrativa attraverso l’espropriazione coatta (silenzio-assenso) della liquidazione.

Consideriamo valido il principio della pensione pubblica con il sistema "a solidarietà" tenuto conto che si basa sul fine della piena e stabile occupazione e sulla remunerazione dell’assegno pensionistico paragonabile al salario.

In questo periodo di rinuncia in generale dei lavoratori al conflitto con relativa e progressiva perdita di diritti si impone la "pensione privata" ben sapendo che essa è solo una tutela parziale perché non copre per intero la perdita di pensione pubblica dovuta al "sistema contributivo". Per altro, attraverso la pensione privata pagata dai lavoratori ogni mese (e ogni anno con la liquidazione) si foraggiano le rendite di posizione dei gestori privati dei Fondi.

Siamo in presenza quindi, aldilà della pretesa "volontarietà", di adesioni obbligate dal taglio atteso sulle pensioni future che comporteranno un prezzo da pagare molto alto, pari al contributo versato (1,35 % per il FOPEN) e alla rinuncia al 30 - 40 - 100 % del TFR a seconda della diversa anzianità del singolo. In sostanza più di 2 milioni all’anno per un lavoratore con meno di 18 anni di anzianità contributiva al 31.12.95 e una retribuzione di 50 milioni di lire. Tuttavia a questo lavoratore, che sa bene quanto deve pagare, non è dato di conoscere l’importo della futura pensione complementare, che dipenderà da quanto renderanno le somme investite nel corso degli anni: egli sa solo che alla fine dei suoi 40 anni di lavoro riceverà una rendita comunque modesta, tale da non recuperare il differenziale con i trattamenti pensionistici in vigore all’atto della sua assunzione. Ancora peggio si troverà un suo collega più giovane, assunto dopo il ’95, che con tutta probabilità dovrà "volontariamente" aderire ad un ulteriore fondo privato con conseguente perdita di salario.

 

Ciò che era un diritto acquisito dovremo quindi pagarcelo per ben tre volte. Si impone dunque una integrazione dei contributi, ad esempio prevedendo che la quota aggiuntiva del 0.50 % a carico dell’azienda, prevista solo per due anni venga trasformata in contributo permanente. Va detto inoltre che secondo la legge la costrizione ad un Fondo Aziendale (chiuso) dura solo 5 anni, poi i lavoratori possono prendere quanto maturato più il contributo padronale e trasferirsi ad altro Fondo più conveniente.

 

CLAUSOLA SOCIALE A SOSTEGNO DEL POSTO DI LAVORO

La salvaguardia e lo sviluppo dell’occupazione da perseguire tramite la riduzione d’orario comporta il rovesciamento dell’impostazione padronale, che intende avere pochi e flessibili lavoratori "regolari" con estesa precarizzazione, riservando a tutti gli altri una progressiva espulsione dal processo lavorativo. Sotto questo profilo è necessario imporre un freno alle aziende, contestando non solo i piani di fuoriuscita (oltre 15.000 al 31.12.2003 per l’Enel esclusi i trasferimenti dovuti alle cessioni), che probabilmente nascondono ulteriori esuberi, ma soprattutto ricorrendo al reimpiego immediato di eventuali eccedenze con precedenza rispetto a tutte le altre assunzioni (invece già avviate) e all’utilizzo dei cosiddetti "lavori atipici". Ciò vale soprattutto per le nuove società di Produzione e Distribuzione che prima di essere cedute, qualora se ne riscontri il sovradimensionamento degli organici rispetto ai progetti di ammodernamento produttivo, devono offrire ai lavoratori l’opportunità di un reintegro presso altre imprese del gruppo Enel.

Da qui discende per il lavoratore la necessità di GARANTIRSI IL POSTO DI LAVORO E IL REDDITO MESSI IN DISCUSSIONE DALL’ACCORDO DEL 30/9/99, ATTRAVERSO LA CLAUSOLA DELLA REVERSIBILITA’. Ovvero garantendo il risultato di una reale e duratura clausola sociale (vincolo indefettibile) e soprattutto imperitura nel tempo, da farsi valere nei confronti di qualsiasi padrone presente o futuro.

E’ chiaro che in materia di politiche occupazionali dovranno trovare largo spazio piani di riqualificazione e di reinserimento all’interno del Gruppo Enel e ex-municipalizzate del settore elettrico, tenendo ferma la norma che prima di procedere a nuove assunzioni vanno ricollocati gli esuberi.

In ogni caso va inserita la clausola di vietare alle aziende che ridistribuiscono utili di procedere a licenziamenti, mobilità, cassa integrazione e a esuberi.

 

REGOLAMENTAZIONE DELLO SCIOPERO - LEGGE 146/90 - ACCORDO APPLICATIVO

E’ ormai indifferibile una profonda riconsiderazione dell’accordo applicativo della L. 146/90 per la regolamentazione del diritto di sciopero, definito anch’esso in via "sperimentale" dal 1991. In questo senso spingono sia il mutato assetto del settore elettrico (privatizzazioni, pluralità di produttori, separazione del gestore della rete) ma sia soprattutto il merito dell’accordo in vigore, assolutamente inadeguato a tutelare il diritto di sciopero che per alcune realtà (produzione) è stato non solo mortificato ma praticamente cancellato. Ciò vale per la definizione della riserva vitale e dei soggetti interessati, per la sovrapposizione di ruolo tra chi subisce lo sciopero e chi al contempo ne stabilisce la compatibilità, per l’impossibilità di conoscere i dati tecnici, per l’assenza di un soggetto istituzionale terzo capace di dirimere nel merito le controversie, per la sistematica il diritto all’informazione

Una situazione dunque assai delicata e complessa, che rischia di diventare esplosiva per la decisione del Governo di effettuare un nuovo giro di vite sull’intera materia. Ne consegue che le soluzioni proposte per il nuovo accordo applicativo dovranno essere obbligatoriamente sottoposte al giudizio dei lavoratori, tramite referendum separato dalle altre norme contrattuali.

 

 RAPPRESENTANZE SINDACALI UNITARIE (RSU) – DEMOCRAZIA SINDACALE

L’evoluzione privatistica del settore impone un rafforzamento degli organismi rappresentativi, a partire dalle R.S.U. che pur godendo di un chiaro e diretto mandato dei lavoratori presentano limiti ormai anacronistici. Non solo per i vizi di costituzione (33 % riservato alle OOSS firmatarie) o per i vincoli in materia di assemblee, permessi, proclamazione di scioperi - pure assai gravi - ma anche per la totale mancanza di strumenti contrattuali in grado di produrre una piena affermazione di ruolo e di intervento. Basti vedere cosa possono realmente fare le R.S.U. su temi quali l’orario, la produttività, i concorsi. Per questo proponiamo che il prossimo contratto attribuisca ad esse maggiori e chiari poteri - la contrattazione di secondo livello ovvero anche ciò che attiene all’organizzazione del lavoro e agli assetti organizzativi di struttura - recependo inoltre la regolamentazione già in vigore per altri comparti (pubblico impiego) con riguardo alla loro formazione ed alla misurazione della rappresentatività nazionale per le singole organizzazioni sindacali.

Sempre in tema di democrazia sindacale occorre poi che vengano fissate nella primavera del 2000 le elezioni per le stesse R.S.U., l’ARCA, FISDE e FOPEN. Per quest’ultimo è necessario che il regolamento elettorale - promesso da più di un anno - riduca le ostative firme necessarie (7 %) alla presentazione di liste alternative ai sindacati firmatari, portandola anche sotto quella prevista per le R.S.U. in ragione della più ampia diffusione degli associati.

REFERENDUM

L’importante momento vissuto dalla categoria rende obbligatoria - più che in altri momenti - la definizione di un percorso democratico per la partecipazione dei lavoratori alla trattativa per il contratto. In tal senso proponiamo che venga definita una procedura affinché nelle assemblee siano raccolti - e in seguito pubblicizzati - tutti gli emendamenti e i documenti votati a maggioranza dai lavoratori, disponendo inoltre che al termine dello stesso ciclo di assemblee debba convocarsi un incontro nazionale di tutte le R.S.U. del settore per una valutazione dei dati emersi.

Al termine della trattativa con le controparti il contenuto dovrà essere sottoposto a Referendum al fine di rendere valido e vincolante il risultato della contrattazione.

Il Referendum verrà promosso e gestito dalle R.S.U. unitamente alle oo.ss., prevedendo anche qui una pubblicizzazione dei risultati attraverso gli organi di stampa nazionali.

 

Roma, febbraio 2000