Stato sociale e Previdenza

Tra vincoli economici e diritti del lavoro

Roberto Romano, Cgil Ufficio Studi Lombardia - 3 febbraio 2000

 

Premessa

Il dibattito sulla previdenza, sulla previdenza integrativa e quello relativo all’utilizzo del Tfr come strumento finanziario per fare crescere i Fondi pensioni, necessita di alcune inevitabili premesse e puntualizzazioni.

Infatti, non occorre solo verificare la effettiva efficacia dei fondi integrativi a fini previdenziali, ma occorre valutare con attenzione l'impatto economico che 30-35 mila miliardi di flusso annuo di Tfr può avere sul contesto economico nazionale.

Lo sviluppo dei fondi pensione attraverso l’utilizzo del Tfr, prima di diventare esecutivo, deve superare tutta una serie di dubbi relativi ai vincoli economici e politici, e allo stesso tempo pone al sindacato e alla sinistra il problema della trasformazione del ruolo di intermediazione dello stato nell'economia reale del paese.

I più attenti osservatori della materia, in primis la Confindustria, sono consapevoli che quando si parla dell’utilizzo del Tfr si discute della composizione, del grado di copertura e delle modalità di finanziamento del sistema previdenziale complessivo.

Sicuramente la riforma della previdenza obbligatoria fatta dal governo Dini non risolve la ricerca di un equilibrio sociale e finanziario, e costringe il sindacato e le forze politiche a trovare soluzioni nuove per alimentare il reddito da pensione, ma ciò deve essere pensato e misurato tenendo conto del tessuto economico e sociale del paese.

Sono infatti molti i rischi di un indebolimento economico o di una fuga di capitali dal Paese. L'Italia ha già da tempo sviluppato una propria attività finanziaria, ma questa non sembra interessata ad operazioni sul mercato nazionale.

Sono molte le ragioni dell’insufficienza del mercato finanziario nazionale, e tutte quante riconducibili alla carenza infrastrutturale del paese.

Da un lato è evidente l’avversità di una parte importantissima del sistema produttivo nazionale a misurarsi con le regole di trasparenza imposte dalla borsa, ciò determina minori opportunità per i risparmiatori a investire nella borsa nazionale se non nella misura di gonfiare i titoli esistenti – il caso Tiscali è veramente da manuale -, dall’altro lato i paesi di area Ocse ed UE hanno realizzato interventi infrastrutturali e politiche tese ad aumentare le competenze delle conoscenze attraverso forti investimenti in conto capitale, mentre il sistema produttivo nazionale ha investito solo nei processi di ristrutturazione, adottando tecnologia proveniente dall'estero e competendo a livello mondiale solo attraverso la flessibilità e la produttività.

Non sorprende allora la difficoltà del mercato finanziario nazionale: non è la carenza di risparmio privato a bloccare la crescita del sistema finanziario nazionale, ma è l’assenza dal mercato delle imprese nazionali.

Ciò suggerisce una azione innovatrice in materia di welfare, soprattutto oggi che sono venuti meno tutta una serie di presupposti che lo sostenevano, capace di coniugare la necessaria riforma dello stato sociale allo sviluppo economico del paese.

Se questo non dovesse realizzarsi, le risorse da destinare allo sviluppo delle prestazioni sociali, anche la migliore delle riforme possibili, sarebbe destinata a fallire per mancanza di risorse economiche aggiuntive, cioè la crescita del prodotto interno lordo sarebbe insufficiente a garantire qualsiasi livello dello stato sociale.

Lo stesso dibattito politico apertosi con il provvedimento del governo di utilizzare il Tfr a fini previdenziali nasconde e omette il ruolo di intermediazione dello Stato nella distribuzione del reddito prodotto annualmente dalla collettività.

Non è un caso che "Qualcuno" ha parlato di rischio politico per la previdenza obbligatoria.

Questa affermazione, paradossalmente, conferma una impressione diffusa:

Pur di ridurre il ruolo dello stato e dello stato sociale si costruiscono pericoli immaginari a cagione dell’insostenibilità della tesi del deficit finanziario del sistema previdenziale.

Come dire: quando affermate che le risorse finanziare destinate al welfere sono insufficienti e che nonostante tutto queste mostrano un equilibrio economico convincente avete ragione, ma non fate i conti con i rischi politici che hanno dinamiche e interessi non sempre vicini alla popolazione più debole del paese.

Non è in discussione come fare aumentare il reddito prodotto dal Paese per alimentare lo stato sociale e se volete per migliorarlo, ma la compressione del ruolo dello stato e una diversa distribuzione del reddito prodotto annualmente.

E dire che la stessa economia del benessere e l’analisi keynesiana, cioè impostazioni liberali con al centro il ruolo del mercato, evidenziano i limiti del mercato e individuano le circostanze nelle quali sia economicamente conveniente (in termini di efficienza e di equità) sostituirlo o integrarlo con l’intervento pubblico.

Sicuramente l’instabilità economica e sociale generata dall’ampliamento dei mercati, la maggiore possibilità dei capitali di spostarsi in rapporto alle convenienze fiscali, il mancato sviluppo di istituzioni territoriali sovranazionali, sono tutti elementi che hanno accentuato le difficoltà dei singoli stati a finanziare le strutture del welfare state, ma non credo che l’iniezione di nuova liquidità sul mercato finanziario riduca l’instabilità dello stesso, soprattutto per un paese come l’Italia che ha un debito pubblico largamente superiore alla ricchezza prodotta e una crescita economica sistematicamente più bassa della media dei paesi europei.

Se lo sviluppo economico è una condizione necessaria, ancorché insufficiente, per garantire le risorse necessarie da destinare allo stato sociale, occorre un intervento pubblico teso a superare gli attuali limiti del sistema produttivo privato, e se volete anche di quello pubblico, ma allo stesso tempo occorre superare il gap economico che ci separa dalla media dei paesi comunitari.

Paesi come la Francia e la Germania, ma non solo, hanno saputo rinnovare o se volete ritraguardare la propria struttura produttiva, intercettando quote crescenti del commercio internazionale, mentre l'Italia ha da un lato ridotto il peso internazionale delle proprie esportazioni, e da un altro lato aumentato le importazioni, ovvero la domanda interna non è stata soddisfatta dalla offerta nazionale, soprattutto per quanto riguarda gli investimenti fissi lordi, ma da iniziative, prodotti e servizi realizzati al di fuori dei confini nazionali.

Se non si supera questo ritardo infrastrutturale e strutturale la capacità di intercettare gli investimenti provenienti dai mercati internazionali, e specularmente da quelli nazionali, sarà più un desiderio che una concreta possibilità di sviluppo della borsa nazionale e delle imprese ubicate sul nostro territorio.

Che fosse insostenibile la tesi del deficit economico del sistema previdenziale è ampiamente documentato.

L'ultima rilevazione della Ragioneria Generale della Stato ha ingannato solo frettolosi giornalisti alla caccia di scoop.

Infatti, la Ragioneria Generale dello Stato indica un rapporto pensioni/prodotto interno lordo che sale progressivamente dal 14,2% attuale fino ad un valore massimo del 15,8% nel 2031, per poi scendere allo 13,2% nel 2050, contro delle previsioni iniziali molto più alte (3 punti percentuali in più).

E’ bastato che nel frattempo crescesse dello 0,3% il tasso di occupazione femminile per modificare le proiezioni fatte solo sei mesi prima.

Se consideriamo che lo scenario economico e sociale particolarmente austero, per usare un eufemismo, adottato dalla Ragioneria Generale dello Stato, francamente non auspicabile per un paese industrializzato come l'Italia, è possibile sostenere che un leggero incremento del prodotto interno lordo anche di alcuni decimali rispetto a quello considerato dalla stessa RGS (più 1,5%) possa determinare un rapporto tra spesa pensionistica e prodotto interno lordo in continua contrazione, cioè da un minimo del 13% nel 2015/20, con una leggera crescita nel 2035, per poi ridiscendere nuovamente al 13% nel 2045.

E’ la stessa Ragioneria Generale dello Stato ad ammettere che "ove si fossero adottate ipotesi più ottimistiche della dinamica occupazionale le argomentazioni sopra esposte avrebbero, almeno in parte, perso di peso ".

Occorre, quindi, molta cautela e attenzione nel trattare la materia, almeno nella misura e nei modi adottati dalla Ragioneria Generale dello Stato, al fine di non confondere le cause con gli effetti:

Per superare le attuali difficoltà del sistema previdenziale, comunque contenute, serve un progressivo incremento del tasso di occupazione e, per questa via, dei contributi al sistema previdenziale, oltre a un serio impegno nella lotta alla evasione contributiva e del lavoro sommerso, che rappresentano qualcosa come il 27% del prodotto interno lordo nazionale, contro una media dei paesi europei compresa tra il 10/15%.

Previdenza integrativa

Prima di introdurre il tema della previdenza integrativa e l'utilizzo del trattamento di fine rapporto per alimentarla, è opportuno, molto velocemente, segnare alcuni passaggi per chiarire la natura stessa del Tfr e come questo già oggi è uno strumento finanziario da una lato, ma anche un reddito differito certo per i lavoratori.

Oggi, il trattamento di fine rapporto risponde a tre funzioni:

  • è una forma di risparmio forzoso;
  • è un capitale messo da parte per il lavoratore nel momento in cui lascia o perde il posto di lavoro;
  • è una riserva che il lavoratore può utilizzare per particolari esigenze.

Con il passare del tempo il Tfr è diventato un "prezioso strumento" di finanziamento a basso costo per la piccola impresa, e una sorta di "assicurazione" certa per i lavoratori capace di attutire l’impatto economico di eventi straordinari.

Con il decreto legislativo numero 124/93 che ha regolato la disciplina della previdenza complementare e la riforma Dini del 1995, la natura e le finalità del trattamento di fine rapporto subisce una evidente trasformazione, assieme alla previdenza.

Infatti, con la riforma Dini i lavoratori di prima occupazione devono destinare, con il loro consenso, tutte le loro quote di accantonamento ai fondi pensione, mentre gli altri possono destinare una quota dell'accantonamento del Tfr per finanziare i fondi pensioni se la contrattazione collettiva ha definito un accordo in questo senso.

A rafforzare la previdenza integrativa l’attuale governo ha predisposto la riforma della tassazione dei fondi pensione attraverso uno schema di decreto legislativo che modifica la normativa fiscale in materia con l’intento di "stimolare" il ricorso alla previdenza integrativa da parte delle maestranze.

Con il nuovo regime fiscale sarà sicuramente più conveniente per i lavoratori, diventati risparmiatori, investire nei fondi pensione perché avranno una tassazione agevolata, e allo stesso il provvedimento del governo non opera nessuna distinzione tra fondi pensioni chiusi, aperti e polizze previdenziali (principio della neutralità), in quanto fa riferimento ai fondi integrativi senza nessuna distinzione di rilievo tra i diversi fondi integrativi esistenti.

Come si può osservare non mancano gli incentivi tesi a sviluppare la previdenza integrativa.

Questi incentivi sono evidentemente degli oneri per lo stato e pesano sulle entrate fiscali. Con il passare del tempo questi oneri per lo Stato diventano sempre più generosi e di difficile spiegazione alla luce dei risultati ottenuti dai fondi integrativi stessi.

Ma in questa sede è opportuno sollevare una serie di dubbi che il governo non ha considerato con attenzione, così come il mondo degli investitori istituzionali.

Il primo dubbio è relativo ad un possibile atteggiamento della Unione Europea.

Infatti, se l’Ue può mettere in "discussione" il Tfr in quanto strumento di reddito differito anomalo rispetto ai membri dei paesi della Comunità, i provvedimenti adottati dal governo sulle agevolazioni fiscali concesse ai fondi pensioni possono determinare un intervento da parte della stessa Comunità Europea, in quanto potrebbero configurarsi come aiuti impropri e lesivi della libera concorrenza.

A questo proposito è opportuno ricordare al governo che la Comunità Europea sta predisponendo un provvedimento in materia di armonizzazione fiscale, che obbligheranno l’Italia e gli altri paesi a rivedere gli strumenti adottati per sostenere i Fondi integrativi. Le aliquote considerate dalla UE sono di alcuni percentuali più alte da quelle adottate dal governo nazionale per sostenere i fondi pensioni.

D’altra parte, la probabilità di realizzare i rendimenti indicati dai fondi pensione è fortemente influenzata dalla normativa fiscale, cioè da quanta parte delle entrate lo stato è disposto a rinunciare per rendere efficace la stessa previdenza integrativa.

Un secondo dubbio interessa il contenuto del provvedimento adottato recentemente dal governo in materia di trattamento fiscale delle quote di tfr destinate ai fondi pensione.

Questo provvedimento determina un ingiustificabile (ma forse voluto) aumento del costo del lavoro.

Infatti, è stato introdotto un prelievo aggiuntivo per le imprese sull’accantonamento annuo del Tfr dell’11% (ora esentasse) che comporta un significativo incremento del costo del lavoro, cioè l’esatto contrario di quello che si dice di volere sostenere.

In questo modo si realizza una "bella lotta contro il lavoro sommerso", cioè se alcune di queste imprese avevano la vaga intenzione di misurarsi con il mercato, con questo nuovo provvedimento rinunceranno sicuramente.

In questo modo il costo della previdenza complessiva arriva a sfiorare il 40%, cioè un livello invero insostenibile.

Come farà il governo a ridurre il costo del lavoro?

È molto probabile che si ridurranno i contributi della previdenza obbligatoria; cioè si decide di anticipare la verifica dell’andamento della previdenza obbligatoria stessa al fine di ridurre la percentuale del costo della previdenza complessiva sul Pil.

Il risultato finale è il seguente:

  • A garantire i fondi pensione è ancora una volta la pubblica amministrazione e non il libero mercato.

Vincoli economici dei fondi integrativi

Le risorse finanziarie ed economiche che si libererebbero dal Tfr sono pari al circa 30-35 mila miliardi di lire annui.

La dimensione e la peculiarità delle risorse "liberate", così affermano i gestori degli stessi fondi, rappresenta una opportunità per i lavoratori che vedono rivalutare il Tfr in misura superiore al tasso di inflazione e al tasso di rendimento pari all’1,5%, mentre per le imprese e per la borsa italiana sarebbe una opportunità nuova ed originale capace di stimolare gli investimenti produttivi.

Se da una lato puramente accademico la relazione sopra descritta ha una sua credibilità, non si può affermare la stessa cosa dal lato empirico, cioè la capacità di crescita economica data dalla liquidità aggiuntiva del Tfr non necessariamente agevola la borsa nazionale, così come le imprese ubicate in Italia.

Ciò sta ad indicare un vincolo economico che non può che essere trattato con semplici battute pubblicistiche (equilibrio tra i flussi finanziari in entrata e in uscita):

  • La Borsa italiana, così come l'impresa italiana non rappresenta un investimento capace di offrire la stessa resa (rendita) che offre il mercato internazionale.

Certamente i fondi integrativi e i loro gestori possono anche avvicinarsi alle prestazioni che affermano di potere offrire, ma e altrettanto vero che questa resa, molto probabilmente, si realizza solo in minima parte sul territorio nazionale.

Proprio nel momento in cui l'Italia ha bisogno di ingenti investimenti infrastrutturali per recuperare il gap economico maturato negli ultimi dieci anni rispetto agli altri partner europei, il paese "potrebbe" rinunciare ad investimenti aggiuntivi pari a circa 175 mila miliardi nei prossimi cinque anni.

Non si tratta evidentemente di una discussione accademica, ma piuttosto di un serio pericolo che non può essere facilmente eluso.

Questa preoccupazione è stata confermata da una recente analisi sviluppata dal Cnel (il sole 24 ore del 26 luglio 1999):

  • Fermo restando che il Tfr offre un rendimento inferiore rispetto ad altre modalità di rivalutazione, comunque certo e intangibile, a differenza degli altri strumenti, si osserva che come un lavoratore e un fondo pensione ha maggiori rendimenti se investe i suoi risparmi o i suoi capitali nella borsa statunitense, piuttosto che in quella italiana.

Il risultato non lascia dubbi: un lavoratore con 38 anni di carriera e un reddito alto ha una resa di 222 milioni se investe nella Borsa di Milano, 247 milioni se investe nella borsa di New York (per ulteriori approfondimenti leggere il sole 24 ore del 26 luglio 1999).

Questo importante aspetto non può che essere assolutamente trascurato dal legislatore nazionale.

Se i fondi pensioni chiusi o aperti possono finanziare gli investimenti privati rimane comunque una domanda ancora tutta da esplorare, ma che questi possano finanziare gli investimenti nazionali appare un auspicio, più che una concreta possibilità.

La liberalizzazione del capitale comporta vantaggi certi per chi ha un sistema economico ed industriale proiettato su sistemi economici con ampi spazi di crescita (si pensi alla settore dell’alta tecnologia negli Stati Uniti), ma allo stesso tempo determina un saldo negativo dei flussi finanziari per chi ha rinunciato al proprio sviluppo o per chi non ha potuto "trasformare" il proprio tessuto produttivo.

Soprattutto, il dibattito sulla previdenza integrativa non è ancora riuscito a mettere a fuoco una serie di variabili e vincoli economici per quanto concerne la corretta allocazione di risorse scarse che il mercato rende disponibile.

Infatti, le principali variabili economiche sono spesso assunte acriticamente quando si sviluppano alcune proiezioni economiche sul sistema finanziario, mentre assumono caratteristiche dirimenti quando intervengono sulla struttura della PA:

È alquanto strano che la scarsa crescita del Pil incida negativamente sulla previdenza pubblica ma non sul mercato finanziario, che i mutamenti demografici come il baby boom influiscono sul sistema previdenziale obbligatorio ma non sul mercato finanziario.

Oltre tutto, se i rendimenti promossi dai fondi integrativi fossero realizzabili nelle forme, nei modi e nella dimensione proposte, i fondi pensioni integrativi possono avere effetti negativi sulle scelte di pensionamento. Infatti, rendimenti troppo sostenuti possono incentivare gli individui a "intraprendere" la via della pensione a cagione degli alti rendimenti percepibili, cioè l’esatto contrario di ciò che si vorrebbe sostenere.

Spesso si adotta a giustificazione del ritardo dello sviluppo dei fondi pensionistici l’insufficiente agevolazione fiscale concessa dal Ministero delle finanze, ma forse il ritardo può essere attribuibile all’incerta capacità reddituale delle famiglie.

La rilevazione sulla situazione finanziaria delle famiglie italiane (Banca d’Italia) indica una sostanziale caduta della capacità di risparmio.

In particolare la propensione al risparmio dei giovani sotto i 30 anni è calata del 10,2% nel triennio 93-95 e del 13% per il triennio 95-97, mentre per la fascia di età compresa tra i 31 anni e i 41 anni il calo è prossimo al 10%.

Ciò sta a indicare che è difficile immaginare lo sviluppo di un sistema previdenziale integrativo fino a quando le famiglie e i giovani sono costretti ad attingere ai propri risparmi per coprire la bassa capacità di reddito.

Una analisi del Censis del 1997 mostra con efficacia come il reddito dei giovani tra i 15 e i 29 anni (il 52% ) che svolgono attività di collaborazione coordinata e continuativa percepiscono un reddito inferiore al milione mensile.

È evidente che redditi di questo livello, con gradi di flessibilità e precarietà crescenti, non possono favorire lo sviluppo di una previdenza integrativa.

Esistono, quindi, dei vincoli economici e reddituali che non possono essere risolti con generose agevolazioni fiscali ai fondi pensioni.

In un certo senso, le agevolazioni fiscali finiscono per agevolare proprio coloro i quali hanno un reddito sufficiente per costruirsi una propria polizza assicurativa, aumentando per questa via la sperequazione del reddito.

Problemi aperti

Siamo certamente in presenza di una evidente difficoltà delle forze sindacali e politiche a trovare una soluzione originale ai problemi legati al welfare, ma questo non può impedirci di individuare i vincoli delle proposte avanzate dai nostri interlocutori.

La stessa "transizione" suggerisce cautela, in quanto le decisioni prese oggi hanno effetti irrecuperabili nel futuro, ma è anche consigliabile una certa "lentezza" dopo 3 riforme previdenziali fatte in soli 5 anni.

Gli stessi vincoli economici suggeriscono dei provvedimenti "atipici" da contrattare con l’Unione europea.

Fermo restando la necessità di costruire una vera democrazia partecipativa dentro i fondi pensioni, l’ipotesi di obbligazioni emesse dal Ministero del tesoro tese ad intercettare il Tfr con una rivalutazione pari a quella offerta dal mercato da destinare a consistenti investimenti infrastrutturali sul territorio nazionale, di cui l’Italia ha urgente bisogno, permetterebbe di affrancarsi dal rischio della fuga di capitali e di trovare le risorse necessarie per ricostruire ipotesi di sviluppo sostenibile per il paese.

Cioè si può immaginare un patto tra mondo del lavoro e Stato teso a superare gli attuali limiti del sistema economico privato.

Una cosa è certa:

i vincoli economici, la necessità di trovare nuove forme integrative all’attuale stato sociale, così come la necessità di soddisfare i bisogni emersi con la trasformazione economica e sociale del paese nel recente passato, rappresentano una sfida senza precedenti per il sindacato e per la sinistra nel suo insieme, ma occorre attenzione a non proporre un rimedio che può rilevarsi peggiore del male che si intende curare.