Il governo e i referendum sociali: un'occasione perduta presa di posizione di Paolo Cagna Ninchi, presidente Comitato per le libertà e i diritti sociali, Milano Sulla questione dei referendum radicali su lavoro e stato sociale il governo ha scelto la linea di non far valere le proprie prerogative. La proposta del ministro del Lavoro, Salvi, di costituirsi nel giudizio di legittimità dei quesiti referendari davanti alla corte costituzionale, è così caduta. Non so se abbia prevalso la difficoltà di trovare una linea unitaria all'interno del governo, oppure se la scelta sia stata dettata dal desiderio di non fare pressioni - peraltro in questo caso esplicitamente previste dalla legge a differenza delle esternazioni di Pannella - sulla Corte costituzionale. Io credo, comunque, che non siano sufficienti "preoccupazione e contrarietà" e tanto meno dichiararsi favorevoli alla concertazione e alle riforme di fronte a un progetto - perché come tale si configura l'insieme dei referendum su lavoro, sindacato e stato sociale - che, se approvato, vuole una società individualistica, improntata a puro darwinismo sociale, nella quale i soggetti e gli interessi non trovano un terreno di rappresentanza e di mediazione, perciò in radice illiberale e assai lontana dai principi di uguaglianza e solidarietà che ispirano la nostra Costituzione. E sinceramente suona un po' ipocrita - anche se è condivisibile - l'appello a modificare la legge sui referendum perché le parti sociali interessate possano, in futuro, costituirsi in giudizio davanti alla corte costituzionale. Oggi questo è consentito solo al governo in carica, il quale è sostenuto da una maggioranza che rappresenta una parte del paese che dovrebbe avere nessuna propensione a considerare terreno di confronto la proposta dei radicali. Preoccupa una linea di tale profilo quando si deve fare i conti con una campagna come quella dei radicali che, anziché rendere conto del merito delle loro proposte, con una propaganda falsa, demagogica e spregiudicata gioca su un violento travisamento dei termini, rendendo due volte odiosa una campagna politica che vuol consegnare la società all'inciviltà della logica del più forte e lo fa usando proprio le parole della nostra cultura civile, come giustizia, libertà e liberazione, le grandi parole che hanno segnato la storia di questi ultimi due secoli e caratterizzato la nascita delle moderne democrazie, percorrendo il mondo, con movimenti che lo hanno sollevato e sconvolto. Le lotte per il lavoro e i suoi diritti, i movimenti di liberazione dei popoli dallo schiavismo e dal colonialismo, le battaglie per i diritti civili delle persone hanno lasciato un segno che si credeva indelebile nella concezione moderna dello stato e della convivenza in esso delle diverse rappresentanze sociali. Ma non è così. I radicali inviano un messaggio semplice ed efficace in un Paese che vive in una costante transizione di cui si sono perse le origini e il punto d'arrivo: non se ne può più di questa incertezza, liberiamoci di una classe politica inconcludente e tutta intenta a occuparsi di fatti propri, di un sindacato che difende alcuni contro altri. Un messaggio che coglie il senso comune e lo capitalizza, dietro al quale se ne nasconde un altro, feroce e brutale: liberiamoci delle regole che governano i rapporti sociali, ciascuno faccia per sé come può e con quello che può. Occorre allora una grande campagna di civiltà, di alfabetizzazione culturale prima ancora che politica che ricostruisca una cultura dello stato, un senso di appartenenza a un progetto comune, le ragioni di una convivenza. E per questo eventuali tatticismi di una maggioranza politica che su questi temi fatichi a trovare unità non conducono lontano. Emma Bonino è candidata per la presidenza della regione Lombardia. Cosa farà dei suoi voti in caso di ballottaggio? Non ci vuole molta fantasia: li offrirà a chi dichiari di sostenere i suoi 20 referendum, il cui voto, come risultato di un'abile scelta dei tempi dei radicali, ci sarà subito dopo quello delle regionali. Ma può il centro-sinistra accogliere tale proposta senza suicidarsi politicamente? Altrettanto certo è che il profilo "basso" del governo e le oscillazioni della sua maggioranza contribuiscono a rendere sempre più incerto e confuso il quadro, contribuendo sia allo spostamento del senso comune su come debba essere oggi un paese civile, sia all'allontanamento dalla politica di strati sempre più ampi dell'elettorato democratico e di sinistra. Queste erano proprio le nostre preoccupazioni quando a Milano abbiamo organizzato i controbanchetti nei "referendum days" dei radicali a settembre del 1999 e costituito il Comitato per le libertà e i diritti sociali. Volevamo lanciare un messaggio: i quesiti su lavoro, stato sociale e sindacato e la propaganda dei radicali non solo vogliono demolire le regole e le garanzie individuali e collettive dei cittadini, ma mettono ulteriormente in crisi le relazioni tra i cittadini e le istituzioni democratiche, il Parlamento, le forme della rappresentanza sociale e politica. Noi presenteremo le nostre memorie sugli 11 referendum su lavoro, stato sociale e sindacato per il giudizio sull'ammissibilità che si tiene il 13 gennaio alla Corte costituzionale, sia riguardo ai requisiti di ammissibilità - chiarezza, univocità e coerenza con il fine del quesito - sia condividendo quella che poteva e doveva essere l'impostazione del governo sui referendum inammissibili perché vincolati a trattati internazionali (part-time, lavoro a domicilio, contratto a termine). Facendo questo noi riteniamo che vada rispettata la norma costituzionale della necessità del contraddittorio in un giudizio e chiediamo alla corte di riconoscere sin da oggi la legittimità a rappresentare interessi che contraddicono quelli dei quesiti proposti. Il giudizio della Corte costituzionale è importante, ma decisivo sarà il voto. Per questo è necessario un dibattito come quello che percorse il paese quando ci furono i referendum su aborto e divorzio. I referendum su lavoro e stato sociale vanno assunti come un unico referendum, sul modello di società che vogliamo, sulla qualità della nostra convivenza civile. Occorre ora la stessa passione civile di allora, lo stesso grande impegnato coinvolgimento dei mezzi di informazione, delle associazioni, dei cittadini. Poiché è decisivo il ruolo dei media, sarebbe importante se il manifesto e gli altri organi d'informazione democratici affiancassero alla cronaca, non sempre appassionante, della politica la battaglia civile contro i referendum antisociali. Per questo, infine, è necessaria una grande consapevolezza degli uomini e delle donne di questo paese sul senso profondo di questo scontro con una discussione che parta sin d'ora, senza aspettare i trenta giorni della propaganda ufficiale, rissosa e incomprensibile, con la costituzione di comitati nei luoghi di lavoro, nelle città, nelle regioni che assumano iniziative, a partire da quello che i radicali non fanno: informare sul merito di referendum che complessivamente considerati prefigurano una società sostanzialmente incompatibile con i principi fondamentali della nostra Costituzione.
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