NOTIZIARIO del Centro di Documentazione e Lotta: Omicidi bianchi, Gillette, Fiat, Autoferrotranvieri, Mc Donald's, Violenza padronale, Imprese di pulimento, Micron

19 dicembre ’00

PULIZIE MORTALI

E' morto dopo due giorni di agonia un giovane cingalese rimasto schiacciato da una pressa di un'apparecchiatura elettropneumatica dentro l'ospedale di Careggi (Firenze). 25 anni, dipendente di una ditta di pulizie in appalto che si occupa dei locali della lavanderia del policlinico, R.T. era stato trovato dai colleghi incastrato dentro la macchina per il trattamento a vapore della biancheria proveniente dai reparti. Per liberarlo erano dovuti intervenire i vigili del fuoco, perché il macchinario non rispondeva più ai comandi di sicurezza. Proprio ieri i colleghi avevano scioperato per un'ora e si erano riuniti in assemblea, per chiedere corsi di formazione anche per i lavoratori "esterni" del policlinico.

GILLETTE

Il gruppo americano Gillette ha annunciato un piano di ristrutturazione globale che prevede la soppressione di 2700 posti di lavoro (8% degli effettivi), il blocco di 18 stabilimenti e di 13 centri di distribuzione entro la fine del 2001. Nel dare la notizia, la direzione si è subito preoccupata della ricaduta negativa della manovra sugli azionisti. E ha precisato che gli "oneri straordinari" legati a tale ristrutturazione saranno di 570 milioni di dollari ante imposte e diminuiranno di 40 centesimi il risultato per azione del quarto trimestre del 2000. Gillette conta comunque di garantire un utile per azione compreso tra gli 1,17 e 1,18 dollari, contro attese degli analisti a 1,19 dollari. Non una parola invece sui lavoratori che saranno lasciati a casa; a fronteggiare loro eventuali "intemperanze" ci penseranno i vigilantes della sicurezza aziendale. Così, almeno, insegna il modello americano.

FIAT: LICENZIATI 109 IMPIEGATI

E' iniziato il processo di ristrutturazione imposto dalla General Motors alla multinazione torinese. I primi colpiti della nuova fase sono 109 lavoratori ritenuti inutili, il primo drappello di uno stock di mille impiegati (e presumibilmente anche operai) le cui prestazioni non sono previste dall'accordo tra le due società automobilistiche. La Fiat ha deciso ieri di avviare unilateralmente la procedura di mobilità, data l'indisponibilità dei sindacati metalmeccanici a discutere di licenziamenti fuori da un confronto generale sulle strategie aziendali, sulle conseguenze dell'accordo con la Gm che ha già pronte 16 mila lettere di benservito, e infine sulla piattaforma contrattuale del gruppo a cui il Lingotto ha opposto il suo radicale rifiuto.
Il sindacato comincia male, però, se pensa di ottenere qualcosa in cambio dei licenziamenti, piuttosto che porsi in modo deciso contro la ristrutturazione, fatta non tanto in ossequio al partner americano, quanto al profitto, di cui la Fiat ha sempre più bisogno.
La Fiat ha detto che troppa genta è impegnata nelle forme tradizionali di comunicazione, insomma troppi lavoratori passano il tempo a fare fax e fotocopie mentre utilizzando il sistema delle e-mail la quantità di forza lavoro necessaria è decisamente inferiore. In realtà, la Gm ha detto che i conti Fiat non sono in ordine e ha imposto risparmi per i prossimi anni. La Fiat ha interpretato il dicktat nel solo modo che conosce: tagliare posti di lavoro. I sindacati  non negano un confronto sugli esuberi", chiedendo che "almeno se ne discuta dentro un confronto sulle strategie e sull'accordo con Gm, contestualmente all'avvio di una trattativa sull'integrativo".
Le prime 109 delle mille previste vittime dell'e-mail sono state individuate tra i dipendenti di Torino, Roma, Napoli, Palermo, Firenze, Padova e Bologna della Sava, la società di servizi finanziari e vendita degli Enti centrali.
Secondo il responsabile delle relazioni industriali della multinazionale torinese, Paolo Rebaudengo, tra questi esuberi e l'accordo con General Motors non ci sarebbe alcuna relazione, anzi, "se non ci fosse stata quell'intesa, gli esuberi avrebbero potuto essere molti di più".

20 dicembre ’00

I COBAS CONTESTANO L'ESITO SUL REFERENDUM PER IL CCNL AUTOFERROTRANVIERI

La Filt-Cgil annuncia che oltre il 70% dei lavoratori del trasporto pubblico   locale avrebbe approvato l'ipotesi di accordo sul nuovo contratto di lavoro degli autoferrotranvieri, nel referendum che si è svolto il 13 e 14 dicembre e che ha visto la partecipazione di circa 70 mila lavoratori.

"La farsa dei sindacati concertativi". Questa la reazione dei Cobas all'esito del referendum sul nuovo contratto di lavoro per gli autoferrotranvieri, che, secondo i confederali, si sarebbe concluso con il 70% di sì. Quel dato nasconderebbe un falso, dicono i Cobas, in quanto "per far passare il peggiore contratto di categoria - recita un documento del coordinamento nazionale sindacati di base - i sindacati concertativi hanno utilizzato tutti i mezzi, dal mancato svolgimento delle votazioni in numerose aziende (come Palermo), all'utilizzo nelle assemblee del voto per alzata di mano". Insomma, non ci sarebbe alcuna garanzia del risultato sbandierato dalla Filt-Cgil. Secondo i
Cobas, al referendum non avrebbe votato oltre il 60% della categoria. E se a questo si somma il 30%-35% di "no" registrati dai confederali, si arriverebbe a un giudizio complessivamente negativo sul contratto.

MCDONALD'S

McDonald's non tratta: anche in Italia è arrivata la rottura ufficiale con i rappresentanti dei lavoratori. I mobbizzati dello stivale dovranno faticare ancora un po' per vedere riconosciuti i propri diritti in un contratto integrativo aziendale. Ieri pomeriggio, le rappresentanze di Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil hanno incontrato - dopo vari flop che si susseguivano da oltre un anno - i vertici della Company. Ma i manager di Milano, non avendo precise direttive dalla "centrale" mondiale di Chicago, hanno deciso di rispondere picche a tutte le richieste. Ed  è stato proclamato lo stato di agitazione in tutti i locali, proprio nel periodo delle feste. Una prima richiesta era che la Company rispondesse anche dei locali in franchising - e non solo di quelli in gestione diretta - su flessibilità dei part-time, formazione e mansioni dei dipendenti, tutela sindacale dei
lavoratori. La risposta è un secco no. E non è cosa da poco: i McDonald's italiani sono 295, con 15 mila dipendenti, che dovrebbero raddoppiare nei prossimi tre anni. Solo il 10%, però, è gestito direttamente dalla Company, mentre il restante 90% è messo in mano ai cosiddetti franchisee, ovvero concessionari del marchio.
Mc Donald's si considera un marchio mondiale quando deve far valere gli stessi regolamenti interni sui sorrisi degli impiegati e sui rigidi tempi di cottura e conservazione di hamburger e patatine - non possono giacere sullo scaffale, dopo la cottura, più di 10 e 7 minuti; dopo vanno buttati via - ma l'unità monolitica dei locali si dissolve magicamente appena si parla di sindacati. Ognuno per la sua strada.
Eppure, quando sono pressati, i manager del panino scendono al tavolo delle trattative, e sono costretti anche ad andare a braccetto coi tanto "trascurati" franchisee, di cui ufficialmente non dovrebbero, per le direttive date (o non date) da Chicago, rispondere. E' il caso di Firenze, dove, qualche settimana fa, in seguito allo scandalo delle angherie subite dai ragazzi del locale di Via Cavour, la Company, due concessionari e i sindacati hanno firmato alla Provincia un accordo sul rispetto dei corretti rapporti sindacali.


PADRONI VIOLENTI

Laddove il mobbing è addirittura un lusso - da Milano fino ad Enna -, se per protesta ti rivolgi al sindacato prima ti picchiano per bene e poi ti licenziano in tronco. E se sei straniero e senza permesso di soggiorno, ti sbattono anche fuori di casa. Succede a Milano, piena occupazione o quasi. E succede ad Aidone, provincia di Enna, piena disoccupazione o quasi, dove in qualche caso per essere licenziati dal padrone basta l'iscrizione al sindacato (come è capitato qualche settimana fa a un'operaia tessile di Valguarnera, poi riassunta solo perché l'episodio clamoroso aveva suscitato anche lo sdegno di Sergio Cofferati, segretario generale della Cgil).
Pavel, quattro figli da mantenere in Romania, lavorava in nero presso un'impresa di posa marmi che attualmente gestisce un appalto pubblico dell'Università Statale di Milano, che in teoria dovrebbe avere anche l'obbligo di non chiudere entrambi gli occhi su quanto succede ai lavoratori di un suo cantiere. E' successo che Pavel (i suoi padroni avevano semplicemente omesso di pagargli lo stipendio) abbia avuto il coraggio di rivolgersi al sindacato per denunciare la sua situazione e chiedere tutele, correndo il rischio - che corre tuttora - di essere rispedito nel suo paese:
perché Pavel è quello che, in politichese corrente, si dice un "immigrato clandestino". L'iniziativa non è piaciuta al padrone, che si è rivalso mandando "qualcuno" a casa del muratore rumeno. Non è stata una discussione, sono state botte. E da quel giorno Pavel non sa nemmeno dove andare a dormire, perché il padrone era padrone anche di quella stanza che condivideva con altri tre muratori rumeni. L'illegalità dei subappalti nei cantieri è una situazione così diffusa che anche in questo caso - con lavori aperti in pieno centro a Milano - è complicato risalire all'azienda committente. Il sindacato promette di impugnare il licenziamento, ottenere il pagamento dei contributi e delle retribuzioni e valuterà se ci sono gli estremi per una denuncia penale.
Ha invece un nome, un cognome e anche un indirizzo l'imprenditore che ad Aidone (Enna) ha picchiato un ragazzo di 21 anni che si era stufato di lavorare in nero: 14 ore al giorno per 900 mila lire, arrotolate in mano una volta al mese. Il padrone, che gestisce la pizzeria Cordova, si chiama
Giovanni Terranova e avrebbe perso la testa dopo che un cameriere aveva segnalato l'irregolarità del suo rapporto di lavoro alla Cgil di Enna. In questo caso, dopo le botte e il licenziamento - Massimo Guttadoro, dopo due anni di lavoro nero, è anche finito all'ospedale con lesioni a una mano - la faccenda è passata nelle mani dei carabinieri che hanno raccolto la denuncia.
"Si tratta di un episodio gravissimo - commenta Emanuele Velardita, dell'ufficio vertenze della Cgil di Enna - che ci auguriamo venga adeguatamente sanzionato. Quanto a noi, faremo di tutto per andare fino in fondo".


PULIZIE CLANDESTINE

Uno è morto qualche giorno fa, inghiottito da una macchina per il lavaggio dei vestiti all'ospedale Careggi di Firenze. Lui, di origine cingalese, era "regolare", dipendente della cooperativa Se Gema Global Service, che a sua volta lavora per la società Soft, ma molti altri continuano a lavorare in
nero, spesso senza permesso di soggiorno. Anche 12 ore al giorno, a pulire i nostri rifiuti. Lavorano per gli ospedali pubblici, per le Poste, per le università. Un esercito di cingalesi, indiani, albanesi, rumeni. Invisibili.
Il meccanismo è semplice: le aziende pubbliche danno in appalto le pulizie a ditte o cooperative. Quello che chiedono, spesso, è risparmiare il più possibile. Il resto è un caos: molte imprese recuperano sui costi sfruttando masse di clandestini. Le aziende pubbliche escono di scena: hanno
semplicemente terziarizzato i servizi, e possono lavarsene le mani.
La prima testimonianza viene da Milano, la città "regina delle pulizie", dove si concentra l'11% delle imprese italiane (4.000 sulle 30.000 esistenti). C'è il caso di un ragazzo rumeno che ha lavorato per vari mesi senza permesso di soggiorno per una ditta, la Multiservice, che aveva in appalto i lavori di
pulizie al Palalido di Milano. La committente è la Milano Sport spa, di proprietà, per oltre il 90%, del Comune. La Multiservice gli aveva promesso 12.000 lire l'ora, ma alla fine lo pagava soltanto 5.000. Lavorava in media 10 ore al giorno, a volte anche 16, 7 giorni su 7, 30 giorni al mese. Lavoro nero e irregolare all'interno di appalti pubblici, quindi. Il ragazzo prendeva i soldi per sé e per altri due colleghi nelle sue stesse condizioni. Solo lui vedeva i suoi datori di lavoro. Una volta è caduto da una impalcatura, si è fatto male, e naturalmente ha perso subito il lavoro. Ha potuto denunciare l'accaduto solo quando ha ottenuto il permesso di soggiorno. Ma ci sono tanti
altri clandestini come lui che oggi non possono denunciare lo sfruttamento, perché verrebbero espulsi.
Il lavoratore morto a Firenze, anche se in regola, non aveva mai fatto un corso per conoscere i macchinari che puliva quotidianamente. E come lui, molti operai non vengono informati sui prodotti che usano, spesso velenosi, o sui pericoli che corrono maneggiando i vestiti che vengono dai reparti infettivi e dalle sale operatorie. Ci sono stati casi di contagio di scabbia e tubercolosi, recentemente.
Ci sono lavoratrici albanesi di una ditta di Pistoia, che facevano le pulizie all'Università di Firenze. Molti indiani in nero lavoravano per la Delfino, una cooperativa romana che serviva l'ospedale Careggi. Ogni operaio costa 27.000 lire, molte aziende si aggiudicano gli appalti a 18-19.000 lire per operaio. E' chiaro che poi cercano di risparmiare su tutto.